CENTRODESTRA IN REGIONE SOLO MACERIE

di ROBERTO MORELLI Forti di sondaggi nazionali che segnano qualche punto di crescita (ma che sono in prevalenza il pentimento di voti andati a Grillo), ci si è evidentemente convinti che per costruirsi un futuro basti difendere la trincea della non-decadenza di Berlusconi ed enunciare il ritorno a Forza Italia, come accaduto in Consiglio regionale. Eppure è esattamente l'opposto. Anche qui si riflette la situazione nazionale, nella quale la guerra di trincea sulla posizione dell'ex premier ha completamente soverchiato i due punti essenziali della questione, che sembrano sfuggire ai più. Primo: la carriera istituzionale di Berlusconi è conclusa. Secondo: egli decadrà in ogni caso da senatore. La questione in ballo è solo se decadrà per mano della giunta del Senato, cioè con un voto politico che aprirebbe una crisi di governo, o per mano della Corte d'appello a cui la Cassazione ha rimesso di determinare la durata dell'interdizione dei pubblici uffici. E infatti il tentativo delle "colombe" - anche nella sinistra - è di procrastinare il voto in Senato nella speranza che la sentenza arrivi prima e tolga al Parlamento le castagne dal fuoco. Ma chiunque arrivi prima, presto Berlusconi non sarà più senatore e non potrà più candidarsi, e nemmeno la grazia l'aiuterebbe. Certo, l'ex premier potrà essere ancora - e di certo sarà - l'ispiratore, il regista, il punto di riferimento della coalizione. Ma non più il candidato. A fronteggiare Renzi (che sarà un candidato fortissimo, incarnando il nuovo e il "differente" in un'epoca in cui l'elettorato solo questo chiede) dovrà essere un altro. Sicché già oggi il centrodestra dovrebbe dedicarsi prevalentemente alla propria ricostruzione, partendo dalle macerie che fatalmente Berlusconi si lascerà alle spalle: senza più un leader nemmeno potenziale, senza un partito che sia tale, senza un contesto lineare di valori, idee-guida, programma politico. E la ricostruzione dovrebbe partire proprio dalla periferia, dove il contesto dei legami e dei veleni romani e l'obbligo di puntellare il leone ferito giungono come un'eco sfumata e dovrebbero apparire per quel che sono: una battaglia persa in partenza, un surreale clangore di sciabole a difesa di uno scenario che appartiene al passato. Eppure nulla di ciò s'intravede dalle nostre parti. Le sconfitte elettorali di questo biennio (Comune, Provincia, Regione) hanno letteralmente sgretolato una parte politica che solo qualche anno fa governava ovunque in Friulia Venezia Giulia, e s'è oggi avviluppata tra rancori personali, sigle e frammenti senza futuro, impotenza organizzativa e vuoto d'idee. Non v'è letteralmente più nulla: né squadra, né proposta, né argomenti. S'intravede un possibile confronto tra Sandra Savino e Roberto Dipiazza, di qui a tre anni, per ri-contendere a Cosolini la poltrona di sindaco. Candidati in astratto ottimi entrambi, e per ragioni diverse. Ma non vi sono neppure in embrione la struttura e la visione d'assieme in grado di supportare la desiderata rivincita. E che la scena politica sia stata occupata dalla riesumazione del Territorio libero di Trieste, la dice lunga sullo stato dell'arte. È come se le aspirazioni dell'elettorato moderato annaspassero alla ricerca di un'idea a cui aggrapparsi e di un sistema attorno al quale coagularsi, e in mancanza d'altro lo abbiano trovato in uno scenario del 1947 che non uscirà più dai libri di storia. Non sappiamo come finirà. Tre anni sono tanti e oggigiorno a sconvolgere il quadro politico basta una settimana. Una proposta solida non s'improvvisa, eppure non le mancherebbero i presupposti né l'elettorato, che da tempo diserta le urne. Ma per risalire la china ci vogliono lungimiranza e spina dorsale, e soprattutto un'analisi spietata e consapevole della realtà. E non c'è impresa più dura del guardarsi allo specchio, raccogliere i cocci e ricominciare da capo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA