Fuorigioco e razzismo sugli spalti Ecco la doppia sfida degli arbitri

ROMA La nuova interpretazione del fuorigioco voluta dall'International board, ma anche la sempre più crescente attenzione verso ululati e cori razzisti e non solo: sono i temi principali dal punto di vista arbitrale della nuova stagione calcistica che si avvia a cominciare. Si è chiuso ieri il raduno di Sportilia della squadra di arbitri e assistenti della Can A guidati da Stefano Braschi e dal presidente dell'Aia, Marcello Nicchi. «Siamo pronti a partire, i ragazzi stanno bene e sono preparati per quello che ci auguriamo possa essere un bel campionato». Nel corso del raduno sono state ribadite le disposizioni su aspetti tecnici e disciplinari: nuova interpretazione del fuorigioco, gioco violento, condotta gravemente sleale, calci di rigore, falli di mano, proteste e trattenute. «Il fuorigioco? Le nuove norme sono già assimilate - spiega Nicchi - e d'altra parte non è nulla di trascendentale. Spero che non siano un problema per nessuno, per gli arbitri di sicuro no. Credo che più di loro, dovranno essere i difensori a fare attenzione. Se prima un attaccante oltre la linea era "perso", ora un tocco del difensore lo può rimettere in gioco: ci vorrà forse del tempo per adattarsi e capire le differenze, ma non per noi». La lotta al razzismo è un altro dei punti fermi. «C'è un regolamento chiaro, da rispettare - sottolinea il presidente dell'Aia -. L'arbitro non può e non deve sospendere la partita, spetta solo al responsabile dell'ordine pubblico. L'applicazione perfetta della regola è quel che ha fatto Rocchi in Milan-Roma. Sento già dirigenti che parlano di certe cose: ci pensino bene prima di lasciare il campo. Un regolamento c'è, e gli arbitri lo stanno applicando alla perfezione». La sintesi sulle nuove norme sul fuorigioco la fa il designatore Braschi (al suo ultimo anno), il quale sottolinea il ruolo che avranno i guardalinee che «dovranno essere molto più attenti al momento di alzare la bandierina, e aspettare un attimo in più». Le nuove interpretazioni mutano infatti il concetto di fuorigioco passivo: in sostanza, un giocatore in off side può essere rimesso in gioco dal tocco di un avversario. «I concetti che cambiano sono due - le parole del designatore - nel caso del giocatore oltre la linea del fuorigioco quando il tocco del difensore lo rimetta in gioco. Il primo è: cosa significa influenzare il gioco? Ora l'influenza è solo quando c'è contatto fisico tra i due calciatori o i due sono a distanza di gioco. Diciamo un metro, un metro e mezzo. Oltre, il giocatore è "ininfluente". L'altro aspetto - ha proseguito Braschi - è il trarre vantaggio: gli assistenti dovranno analizzare meglio la situazione e capire se il difendente fa una giocata o se il tocco o la deviazione sono istintivi o casuali». In sostanza, un tocco dell'avversario non rimette in gioco dall'offside se è casuale, ma se è anche svirgolato o mal deviato, ma volontario, allora sì: e l'attaccante avversario torna automaticamente in gioco.