Susanna Tamaro a Orvieto: «Nelle arti marziali ho trovato la vera forza per scrivere»

yyUna Fondazione a favore dei più deboli Nata a Trieste, Susanna Tamaro è una delle scrittrici italiane più conosciute e amate in tutto il mondo. Ha pubblicato romanzi di straordinario successo di pubblico, primo fra tutti "Va' dove ti porta il cuore". Tra i suoi ultimi libri "Per sempre" (Giunti) e "L'isola che c'è" (Lindau). Nel 2000 ha istituito la Fondazione Tamaro per lo sviluppo di progetti a favore delle categorie più deboli nel mondo. Il Giglio Bianco di Orvieto (www.ilgigliobianco.com) è l'agriturismo aperto dalla scrittrice per quanti desiderano conoscere le bellezze umbre, ed è dotato di una palestra centro di arti marziali per stage di karate e incontri sportivi. di Pietro Spirito La prima volta che Susanna Tamaro entrò in una palestra di arti marziali l'istruttore non la rassicurò: «Qui dentro - le disse - nessuna donna resiste più di un mese». Erano i primi anni Ottanta e adesso, a quattro lustri di distanza, la scrittrice triestina più nota al mondo non solo continua a praticare il Goju Ryu, unico stile di karate mantenuto tale dalle origini, attualmente diffuso sia ad Okinawa, in Giappone, che nel resto del mondo, ma ha anche inaugurato una grande palestra di duecento metri quadri sulle colline di Porano, cinquecento metri di altitudine e di pace con un panorama mozzafiato fra Orvieto e il Lago di Bolsena. Qui si trova il podere del Giglio Bianco, l'agriturismo aperto una decina d'anni fa per mettere a frutto i proventi del suo lavoro di scrittrice di successo e, spiega Susanna Tamaro, «perché ho sempre pensato che i soldi da soli non servono a niente se non si mettono al servizio di un'idea e non si usano per aiutare qualcuno ad avere un lavoro». Dieci ettari di bucolica tranquillità, quattro appartamenti indipendenti per un totale di trenta posti letto, una piscina di acqua salata (non di mare, ovviamente, ma salata con apposito sistema, «perché fa più bene alla salute»), pascolo di mucche, coltivazione di erbe mediche e presto anche le arnie per le api. E, in mezzo, ricavato da un'ex serra di colture sperimentali del Cnr, una palestra al coperto per l'esercizio delle arti marziali orientali (e di altre discipline): duecento metri quadrati aperti a quanti vogliono venire qui per stage, seminari e naturalmente per seguire i corsi del "sensei" Susanna Tamaro. Questa è il racconto di un'altra Tamaro, la storia di un percorso parallelo a quello letterario, non un hobby ma una passione coltivata con impegno per anni, fino a diventare cintura nera terzo Dan ("grado" in giapponese) di Gojo Ryu, derivazione della scuola Shorei-Kan, nonché istruttrice della stessa disciplina. Un'arte appresa seguendo soprattutto gli insegnamenti del maestro Toshio Tamano, a tutt'oggi responsabile e coordinatore dello Shorei-Kan International, riconosciuto universalmente come uno dei più autorevoli ed esperti maestri di karate Goju-Ryu al mondo, esponente della quarta generazione di sensei che discendono direttamente dal caposcuola Kanryo Higaonna. «Lo conobbi nel 1992 dopo aver letto i suoi libri - racconta Susanna Tamaro -, ammetto che fui attratta anche dall'assonanza del nome; ma i suoi testi mi erano piaciuti molto; Tamano viveva in Francia, gli scrissi, lui mi rispose. Poi lo incontrai di persona, e da quel momento ho sempre seguito i suoi insegnamenti». Ma la conoscenza del karate risale a diverso tempo prima, appunto i primi anni Ottanta. «Avevo 27 anni, allora abitavo a Roma e soffrivo di feroci mal di testa - ricorda la scrittrice - e il medico da cui ero in cura, guarda caso anche lui un praticante di arti marziali, mi consigliò di provare a frequentare un dojo. Diceva che avevo bisogno di scaricare la tensione, e che non c'era niente di meglio di uno sport di combattimento per raggiungere lo scopo». Così la scrittrice triestina si presentò a malincuore in una palestra di Trastevere, la più vicina a casa sua, «perché ero pigra». Era un appartamento al terzo piano di un vecchio stabile, «un posto incredibile: nelle stanze c'erano ancora le tende alle finestre». La palestra era situata in quello che una volta era il salotto, mentre in un'altra stanza c'erano gli attrezzi dei praticanti di body building. Fu lì che Susanna Tamaro sentì pronunciare il falso vaticinio sulla resistenza delle donne al karate in quel dojo. «In effetti - ricorda ancora la scrittrice - all'inizio fu davvero dura. Stavo male nel karategi bianco, non mi ci trovavo proprio, ma la cosa più difficile non era tanto l'apprendimento delle tecniche, o la fatica, quanto piuttosto il dover riparametrare il rapporto con il mio corpo: ho dovuto rielaborare tutto il mio sistema percettivo. Avevo difficoltà, era sconfortante, più volte ho pensato di mollare». Invece, caparbiamente, Susanna Tamaro rimase nella palestra trasteverina. Dopo sei mesi arrivò un'altra donna, che tutt'ora pratica assieme a lei, «ma quel che più conta è che mi erano passati i mal di testa». Da allora Susanna Tamaro non ha più abbandonato la pratica del karate, trovando nella disciplina marziale «una carica di energia pazzesca», anche adesso che di anni ne ha 55. «Le arti marziali tradizionali - spiega - presuppongono un lungo apprendistato, a volte ci vogliono anni per cominciare a vedere un risultato; ed è per questo che le iscrizioni nelle palestre di discipline marziali in Italia sono in calo, per un giovane di oggi è difficile concepire un'attività nella quale investire tempo e fatica senza avere una sorta di riscontro immediato; quando però ci sei dentro non ne puoi più fare a meno, diventa indispensabile, il corpo stesso si ribella se viene a mancare». «E poi - continua la scrittrice - se vogliamo da Hemingway a Mishima c'è una lunga tradizione di scrittori dediti agli sport di combattimento e alle discipline marziali: chi fa un'attività creativa accumula un surplus di energia che l'arte marziale aiuta ad equilibrare; insomma ha una funzione stabilizzante, evita altre derive, come per esempio finire alcolizzati». Grazie al karate, dice ancora l'autrice di "Va' dove ti porta il cuore", si convive con l'idea del combattimento, «che è prima di un tutto un confronto con se stessi» E così, mentre sta lavorando a un saggio sull'arte di scrivere ancora avvolto da assoluto riserbo, nel buen retiro del Giglio Bianco Susanna Tamaro apre le porte del suo dojo ai praticanti anche di altre discipline e, perché no, alle arti tout court come la danza. D'altro canto, spiega, Susanna in ebraico significa appunto "giglio bianco". «Quando cercavo casa da queste parti - aggiunge - e vidi che questo vecchio podere si chiamava appunto Giglio Bianco non ebbi più alcun dubbio: questa sarebbe stato il mio posto». Dove scrivere, dove accogliere ospiti, dove contemplare la natura e, naturalmente, dove aprire un luogo di pratica delle arti marziali. ©RIPRODUZIONE RISERVATA