L'arrogante con il Suv preso a randellate dall'operaio giustiziere

Pensieri d'estate, raccolti in viaggio, in treno, a piedi, negli aeroporti, in bicicletta o nelle stazioni. Istantanee, o micro-film girati al volo in Italia e all'estero, spesso nella provincia più dimenticata. Appunti trasformati in parole scritte a macchine sopra un computer tenuto sulle ginocchia. Vano è cercarvi un filo conduttore: sono storielle, aforismi, talvolta parabole, indipendenti una dall'altra. O forse, a pensarci bene, una cosa tiene insieme questa sequenza di osservazioni: le mie scarpe. Le stesse del viaggio a piedi in Istria dello scorso settembre. Vecchie, malandate, ma comode come pantofole. Non so perché ma con loro addosso scrivo meglio. Perché vedete, non è con il taccuino o con la penna, ma è con i piedi che credo si scriva. Un appuntamento per l'estate ogni mercoledì e venerdì su questa pagine. di PAOLO RUMIZ Non c'è niente che faccia bene all'anima come l'arroganza punita. Sono eventi rarissimi, ma da qualche tempo un po' meno rari di una volta, perché – con la crisi - la gente ha le scatole sempre più piene dei prepotenti. Ebbene, quest'anno, sulla Milano-Bergamo paralizzata da un ingorgo, ho assistito a un atto di punizione che oso definire liberatorio. Da allora non dico più che le autostrade sono dei non-luoghi. La scena. Sono le 18 circa, fa buio e c'è un po' di nebbia. Tra i pendolari esausti in attesa cresce col passar dei minuti una disperata solidarietà. Si passeggia, ci si passa sigarette, si discute sui tagli del governo Monti. Una coppia di stranieri mette su musica e accenna a un tango sulla mezzeria. Dal finestrino un bresciano racconta della cena a base di polenta e camoscio che si perde a causa dell'ingorgo. Un camionista turco prepara del thè, una mamma porta il suo bambino a far pipì oltre il guard-rail. È in questo grumo di varia umanità compattamente incazzata che, lungo la corsia d'emergenza, entra un Suv nero come la notte, chiedendo strada col clacson. Non può passare per pochi centimetri, perché il camion del turco invade leggermente la corsia medesima, così l'arrogante blindato nell'auto dispiega le sue trombe. La gente lo manda a quel paese, qualcuno agita il pugno, ma nessuno passa a vie di fatto. Il tipo continua a suonare, la prepotenza acustica è diventata intollerabile. Sono a dieci metri di distanza, posso godermi la scena come in teatro. Tutti aspettano che accada qualcosa. E difatti accade. Da un camioncino di operai bergamaschi sulla mia sinistra esce un magnifico energumeno in tuta. È silenzioso, tranquillo. Lo vedo armeggiare nel portabagagli, estrarne un crick di quelli tosti di una volta. Lo prende come un bazooka e si avvicina al Suv. Fa due volte il giro della macchina per scegliere il punto migliore. Poi assesta uno, due, tre micidiali colpi sul cofano. Il clacson stona, poi muore. C'è una folla che guarda, in un tremendo silenzio. L'uomo in tuta contempla l'effetto dei colpi. È scuro in volto, non mostra nemmeno soddisfazione. Aspetta e basta. Aspetta che il prepotente esca. Ma il prepotente non esce, se la fa sotto. Allora Cipputi si avvicina al finestrino e guardando dentro scandisce con voce baritonale: "Ti sono piaciuto?". È quello il vero colpo da maestro: lo capisco dall'onda di soddisfazione che si impossessa della barbara massa in attesa, si propaga di auto in auto verso Bergamo e verso Milano. È allora che arriva l'applauso. Lungo, euforico. Forte come una grandinata. E intanto l'arrogante vigliacco è costretto ad assistere al trionfo del giustiziere, che però si schermisce, vuole solo tornare a casa, è stanco dopo una giornata sui tubi Innocenti a Milano. Ma in molti vanno a dargli nome, cognome e numero di telefono come testimoni a suo favore, in caso l'imbecille gommato sporgesse denuncia. Per molti è quasi valsa la pena di vivere quella sosta infernale, solo per assistere a una scena simile. Ecco, non potrò mai dimenticare la felicità di quella massa prigioniera. Felicità perfetta, infantile, di un popolo che non vede mai l'arroganza punita. Ecco: penso che noi italiani saremmo migliori se non vivessimo gomito a gomito, ogni giorno, ogni ora, con prepotenti impuniti che ci guardano come fossimo imbecilli. E non fossimo costretti, talvolta, a farci giustizia da noi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA