Liddell: «A teatro io mostro il dolore»

GRADISCA Angelica Liddell è il nome di maggior rilievo, fra gli artisti internazionali che parteciperanno all'edizione 2012 di Omissis. Spalmato su tre serate, il festival delle arti contemporanee organizzato dall'associazione Mattatoioscenico, si inaugura a Gradisca d'Isonzo domani e prevede, a cominciare dalle 18.30, "When we meet again" (degli inglesi Me and The Machine, 9 minuti per uno spettatore alla volta) seguito da "Labor (monologo a più voci del duo italiano Morgan/Pacorig). Dalle 21, la serata proseguirà poi al Teatro Comunale con "City" (del collettivo multinazionale di danza Bloom!) per chiudersi alle 22 con "Terra Nova" (dedicato all'Antartide da Verena Stenke e Andrea Pagnes). Ma sarà Angelica Liddell a concentrare su di sé, venerdì il fuoco dell'attenzione con le due performance teatrali e in video, intitolate "Lesiones incompatibles con la vida" (per un pubblico adulto) e "Broken blossom". Lesioni incompatibili con la vita, dunque. Come del resto è distruttivo e autolesionistico tutto il teatro di questa artista 45enne catalana, impegnata da molto tempo in una personale via crucis, le cui tappe hanno titoli altrettanto espliciti. "Greta vuole suicidarsi". "Trilogia dell'afflizione". "Cane morto in tintoria". Diversamente da quel fenomeno che negli anni ‘60 si era chiamato body-art ed esponeva il corpo come campo di sperimentazione d'arte, i lavori della Liddell fanno esperimenti nei luoghi più sensibili dell'anima. E lasciano il pubblico silenzioso e dolente. A volte assomigliano a conversazioni con i morti, altre volte segnano cicatrici vere, oltre che sul corpo dell'artista, anche nel cuore di chi vi assiste. L'anno scorso, al Festival Vie di Modena, ci aveva lasciati muti, sicuramente sgomenti, un suo spettacolo dedicato a Jacqueline Du Pré, virtuosa del violoncello, moglie di Daniel Barenboim e stroncata dalla sclerosi multipla nel 1987 a 42 anni. Quello strumento musicale, la Liddell lo seviziava con l'archetto, ma anche con vetri rotti, punteruoli, cavandone sonorità che prima accarezzavano, e poi facevano male all'orecchio. Ma fa male dappertutto il suo teatro, che promuove il dolore, interiore ed esteriore, a utensile di drammaturgia, per manifestare un disagio, una protesta, una ribellione a questo che - sembra - il peggiore dei mondi possibili. Lo lasciava intendere anche il modo in cui aveva chiamato la sua compagnia teatrale fondata 20 anni fa: "Bile nera". L'intento dei suoi spettacoli è condividere un dolore privato con gli altri? Non mi propongo di condividere, piuttosto di porre il mio dolore davanti agli altri. L'atto scenico non è un convivio, o un banchetto. È invece la contrapposizione di due realtà, quella della scena e quella del pubblico. Due volontà diverse, nel cui incontro si capisce meglio che cos'è il mondo. Mondo che a lei appare decisamente ostile. Prova questa sensazione pessimistica da quand'era bambina, o l'ha maturata con il passare del tempo? Suppongo che si tratti di entrambe le cose. Forse ho una tara che mi ha segnata fin da piccola, ma anche la conoscenza del mondo ha giocato la sua parte. Lei scrive anche libri di poesia. Diversamente dal teatro che utilizza corpi, oggetti, suoni, musica, in poesia lo strumento sono solo le parole. Per me scrivere significa dare scena a un dolore. Parola e azioni hanno così lo stesso valore. L'una influenza e modifica l'altra. E viceversa. Roberto Canziani