PIAZZA UNITÀ NON È UN MAUSOLEO

di ROBERTO MORELLI Da adolescenti che un po' schiamazzano ma in realtà non disturbano nessuno, poiché sprizzano il contagioso fervore dei loro anni, neolaureati che festeggiano e imbracciano la chitarra e abbozzano due accordi che diventano un coro, come ha fatto un paio di settimane Bruce Springsteen, un mito della musica, sedendosi su un muretto nel bel mezzo del parco comunale di Boston, prendendo a suonare e provocando in pochi minuti un colossale ingorgo di gente incredula. Ecco perché ci lascia perplessi la decisione della giunta comunale di limitare la concessione della stessa Piazza Unità ai soli grandi eventi e agli appuntamenti istituzionali, che ha peraltro dato forma a un sentimento diffuso anche tra i predecessori di centrodestra. Abbiamo davvero bisogno di sigillare i nostri spazi aperti, e farne un'icona del vuoto sotto il cielo? Non lo crediamo proprio, pur comprendendo lo spirito del provvedimento, che è quello di prevenire la sagra della sardella nel salotto della città. Ma vi è un fascino, una cultura, uno slancio vitale anche nella confusione organizzata e nell'andirivieni imprevisto di piccoli eventi che appaiono e scompaiono, che è il modo più curioso e piacevole di scoprire una città. Davvero non è consono il raduno delle Cinquecento, è sgraziato un evento di musica giovanile organizzato da un qualche tour estivo, disdicevole un gruppo di pittori amatoriali che gareggiano a dipingere i palazzi sul mare? Se ci guardiamo attorno, è difficile ritrovare altrove un senso della solennità fondato sui divieti. A Boston, Springsteen è stato di certo ispirato dal piccolo palco prospiciente il giardino pubblico, su cui chiunque lo desideri si cimenta con il proprio strumento, e ne esce un delizioso viavai di giovani e anziani che cantano e ballano. Non crediamo che il sindaco di Londra abbia mai detto no ai funamboli che si avvicendano a Leicester Square, o quello di New York al caotico turbinare di eventi a Times Square. A Parigi, Saint Germain è puntellata di amatori della tavolozza con i camici inzaccherati di acquerello, e nessuno ha mai pensato di cacciarli. Cambridge è un tempio della tradizione, ma i ragazzi sfrecciano in toga e cravatta su biciclette stracariche di birre, e squadernano i libri seduti sull'erba davanti al solenne King Cross College, e suonano l'armonica e si rincorrono, e i loro professori li guardano divertiti. Non è solo questione di colpo d'occhio e di vitalità. E' molto di più. Tutti i più recenti studi sullo sviluppo territoriale e urbano, in gran parte ispirati al fortunato filone di Richard Florida sulla classe creativa, dimostrano che le città prosperano dove trova spazio il talento, qual che sia il talento; e che il talento fluisce verso le città aperte, tolleranti, ravvivate da università dinamiche e centri di tecnologia, ricche di professioni intellettuali e pure di artisti di strada. Che non sono le città del decalogo sulla concessione della piazza principale, ai capi di governo sì e alla musica giovane no. In più, prendiamo a piene mani il coraggio di dire che abbiamo bisogno di allegria. Viviamo la peggior crisi economica dal dopoguerra, un dibattito politico incentrato sulle donnine del premier e il lerciume degli affaristi che gliele procurano, un debito pubblico che solo a scriverne la cifra si stringe lo stomaco: abbiamo bisogno di un soffio di allegria. Di una città vivace e magari un po' bizzarra, che sorprende i turisti e ne attira ogni anno di più, e non si pone troppi problemi se in piazza Unità sfilano le Bugatti o magari, come al giardino pubblico di Boston, i club amatoriali che rappresentano in costumi settecenteschi gli anni della Dichiarazione d'Indipendenza. Chiediamoci, semmai, cosa fare affinché a Springsteen venga l'idea di visitare pure noi da turista, e sedersi con la chitarra alla fontana in Piazza Unità intonando Born in the Usa. Il sindaco è un suo grande estimatore, ma oggi dovrebbe mandargli i vigili urbani. ©RIPRODUZIONE RISERVATA