Capello junior, la bocciatura dal padre come calciatore ne ha fatto un avvocato di grido

di MATTEO CONTESSA


TRIESTEQuando uno cresce all'ombra di un padre-calciatore bravo e celebre come Fabio Capello, la passione per il calcio può scoprirsela addosso quasi come un connotato genetico. E magari qualche speranzella di proseguire sulla stessa strada del genitore gli viene anche naturale. E non dev'essere una gran cosa, allora, sentirsi dire proprio da lui, dal papà che si cerca di emulare, «lascia perdere, non è per te». Pierfilippo Capello la prese con filosofia e cambiò strada, facendo la cosa giusta.
«Giocavo nelle giovanili del Cervo Maggiore di Legnano, dove allora abitavamo perché era vicino a Milanello, ero più o meno quattordicenne, l'età in cui gli occhi esperti sono già in grado di valutare se un ragazzo ha i numeri per diventare o meno un buon calciatore». E un giorno venne a vedere la partita Fabio, che non giocava più da tempo, ma non era ancora diventato «Don»... «Papà vide la partita e alla fine mi disse: "Pierfilippo, se ti vuoi divertire va bene, ma per poterci mangiare non basta". La sua non fu una crudeltà verso il figlio, io ero scarso. Chiunque abbia giocato sa vedere presto se c'è stoffa o meno nei ragazzini e io oggettivamente non ne avevo, si capiva già da allora che non avrei fatto il calciatore, da grande. Mio fratello Edoardo aveva invece qualche numero, tanto che fino a 18 anni ha giocato nelle giovanili del Legnano, che all'epoca faceva la serie C1 ed era un serbatoio delle maggiori squadre di calcio lombarde. Ma poi anche lui ha lasciato il calcio e ha preferito studiare, laureandosi in Economia e intraprendendo una carriera lavorativa importante».
La stessa scelta, gli studi universitari, anche per lui, anche se diverso l'indirizzo di studi: giurisprudenza. Oggi Pierfilippo Capello, 40 anni, moglie e due figli piccolissimi, praticante convinto di golf («che anche se lo inizi tardi ti dà la percezione di poter sempre migliorare, anche se non sei un grande atleta») e con una passione abbastanza recente per la boxe («faccio guanti, non combattimenti; però in palestra quando si sale sul ring i pugni presi e dati sono veri») è un avvocato civilista affermatissimo.
Partner dello studio legale Guardamagna e associati, uno dei più prestigiosi di Milano, si occupa di diritto sportivo a tutto tondo (antidoping, contratti sportivi ed extrasportivi, assistenza ad agenti di sportivi professionisti di diverse discipline, gestione dei diritti di immagine), è insegnante in 3 master universitari. Ed è infinitamente più loquace dell'ermetico Don Fabio. Del quale, ovviamente, si occupa di stendere i contratti. «Sì, ma solo prestandogli assistenza contrattuale come avvocato civilista. Perché lui non ha bisogno di procuratore, è lui il procuratore di se stesso. Quando sei al top, e Fabio Capello è al top, non hai bisogno di chiedere a un procuratore di trovarti un ingaggio: basta volerlo e puoi tranquillamente trovarti l'ingaggio che desideri. Poi assisto mio papà gestendo tutta la sua attività per gli eventi extracalcistici in cui è richiesto e in questo mi avvicino parecchio all'attività di procuratore».
Ecco, il procuratore sportivo. Piuttosto che l'avvocato non le conveniva fare direttamente quest'altra attività, strada più semplice e remunerativa?
No. E per un duplice motivo. In primis, perché mio papà mi disse che fino a che lui avrebbe fatto l'allenatore, e soprattutto in Italia, non voleva che io facessi l'agente. In secondo luogo, perché ho lavorato per anni con i procuratori e ho visto che quello è un lavoro per il quale bisogna essere portato. Lavorano ventiquattr'ore al giorno per sette giorni alla settimana, devono seminare un'infinità di informazioni sui loro assistiti e poi seguirle tutte con la stessa attenzione e lo stesso impegno, sperando che vadano a buon fine, altrimenti possono avere risultati grami. Insomma, ci vuole una forte propensione al rischio. Quello dell'avvocato civilista è invece un lavoro con un inizio e una fine, con un obiettivo ben preciso, è decisamente meno rischioso.
È v ero che la Federcalcio inglese non ha chiuso il rapporto con suo padre dopo il recente Mondiale perché avrebbe dovuto dargli troppi soldi per risolvere il contratto?
Non è vero. La verità e che nel momento in cui si paventava la possibilità di risolvere il contratto, mio papà si era detto disposto a sedersi attorno a un tavolo e trattare su tutto. Però mi scusi, ma delle cose di mio padre preferisco non parlare.
E allora parliamo di lei, che alla sua brillante attività professionale pubblica affianca un privatissimo e riservato impegno di solidarietà sociale. Cosa la spinge a impegnarsi in questa direzione?
Mi dico sempre che quelli come noi non hanno diritto di lamentarsi, ho viaggiato molto per il mondo, da solo e in compagnia, e ho visto che siamo previlegiati. Dunque, la voglia di fare qualcosa per gli altri c'è. Poi ho avuto la fortuna di trovare un caro amico e collega che si occupa di queste cose e ci mette veramente il cuore e con un gruppo di amici abbiamo costituito un'associazione (la Tavolo8 onlus,ndr), della quale lui è presidente e motore, noi gli ingranaggi. Ci siano resi conto di quanto costi poco in termini di tempo e risorse dare una mano a chi ha bisogno. Ad esempio, l'anno scorso siamo andati in Senegal a portare un'incubatrice in un orfanotrofio e quando ci è arrivata la foto di due bambini salvati proprio grazie a quell'incubatrice, la cosa ci ha riempito i cuori.
Nato nella Capitale, allora suo padre giocava con la Roma, prima infanzia a Torino (Don Fabio alla Juventus) e poi la Lombardia, dove vive tuttora. Ma con la terra di suo padre, che rapporti conserva?
Intanto, bei ricordi. Le vacanze più belle erano quelle da ragazzino a Pieris. Era fantastico quando magari papà e mamma andavano via in vacanza e noi restavamo lì dai nonni: io e mio fratello eravamo cittadini e invece Pieris era la campagna, con l'Isonzo vicino. E noi, prima con mio nonno e poi da soli ci immergevamo completamente in quell'ambiente. Ancora oggi continuo a trovare il Friuli Venezia Giulia una delle terre più attente al rispetto degli altri, dell'ambiente. E quando ci torno e lo riscopro, mi ripeto che allora è possibile vivere in Italia in un certo modo, che io apprezzo molto. Quando vengo dalle vostre parti sono molto a mio agio. Un po' perché mi sento a casa, visto che le radici sono quelle, e un po' perché trovo quel modo di vivere che è molto vicino a quello che vorrei io e che dunque apprezzo molto. Tre anni fa, prima che nascesse la nostra prima figlia, con mia moglie abbiamo fatto un lungo tour delle mie radici. Siamo stati a Pieris, a Grado dove per anni siamo andati in vacanza e dove papà ha diversi amici, ma non sono riuscito a portarla al santuario di Barbana dove noi invece non mancavamo quando c'era la festa della Madonna. Poi siamo stati anche a Trieste e a Basovizza. Lei, che è di origini sarde, non aveva mai visto quei luoghi e devo dire che li ha apprezzati molto.
Terra di vacanze, insomma.
Non solo. C'è un ricordo particolare che mi lega a quella terra: il servizio militare l'ho svolto in polizia e sono stato per quattro mesi allievo alla scuola di polizia di Duino. Lì è bellissimo stare quando è estate, ma d'inverno, come quando c'ero io, la permanenza è meno piacevole. E così, mentre i miei amici in libera uscita facevano cinquanta giri del paese e poi rientravano in caserma, io me ne andavo a casa dalla nonna Evelina e parlavamo, cenavamo insieme, guardavamo la televisione. E la sera, tornando in caserma, portavo sempre qualcosa ai miei commilitoni, che mia nonna preparava appositamente per loro. È uno dei periodi della mia vita che ricordo con maggior piacere ed è quello in cui ho passato più tempo da quelle parti.
Con quale frequenza viene a trovare adesso nonna Evelina a Pieris?
Prima venivo almeno due-tre volte l'anno, ultimamente lo faccio abbastanza poco perché ho due figlie piccolissime e muoversi è abbastanza complicato.
Sono quasi più assidui i giornalisti inglesi, che voi di famiglia.
Un anno e mezzo fa la Bbc le fece un'intervista, la Federcalcio inglese intervenne molto duramente con la direzione della televisione chiedendo di non importunarla e quell'intervista non andò mai in onda. Mio papà chiamò la nonna invitandola a non aprire ai giornalisti, ma lei fu molto decisa nella risposta: erano due persone cortesi, gli disse, che si sono presentate con un mazzo di fiori e quando qualcuno viene a trovarmi e mi porta dei fiori non ho motivi per non farlo entrare e per non parlargli.
E suo padre?
Le disse: hai ragione.
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