La Cina? È pronta a dominare il mondo èStoria guarda al futuro dei lontani Orienti

dall'inviato PIETRO SPIRITO


GORIZIA In Oriente tutto è possibile, diceva Erodoto. E con l'Oriente l'Occidente deve fare i conti, ieri come oggi, soprattutto perché è da lì, all'Est dell'Est, che in buona parte dipende il suo futuro. Dalla storia all'attualità il passo è più breve di quanto possa sembrare, e ieri la seconda giornata di èStoria, il Festival internazionale che per la sesta volta riunisce ancora oggi a Gorizia storici, giornalisti ed esperti per un fitto calendario di incontri e appuntamenti a proposito di connessioni e incidenze tra passato e presente, ha focalizzato l'attenzione su due "Orienti" - tema del festival di quest'anno - da cui dipende tanto del nostro presente e del nostro immediato futuro: Cina e Iran.
Se è vero, come hanno spiegato
Paul Freedmandell'Università di Yale e l'antropologo Marino Niolain un originale incontro tutto dedicato alle spezie asiatiche che dal medioevo ad oggi impreziosiscono la nostra cucina, che "nel mondo globalizzato l'Oriente non è più quel paradiso, quell'altrove dei sensi vagheggiato per secoli, ma è diventato interinale, mobile e flessibile", ecco che da una potenza come la Cina con il suo miliardo e 350 milioni di abitanti, c'è da aspettarsi molto. Il gigante asiatico sta cambiando, e in fretta. Ne hanno parlato ieri Nicola Di Cosmo, docente ed esperto di studi asiatici all'Università di Princeton, e Guido Abbattista, docente di Storia moderna all'Università di Trieste, cooordinati dalla giornalista Valeria Palumbo, in un dibattito che ha fatto chiarezza su come si stanno mettendo le cose laggiù.
Una delle coreografie della cerimonia d'apertura dei giochi olimpici di Pechino raccontava la storia di Zheng He, ammiraglio ed eunuco che tra il 1400 e il 1420 realizzò sette spedizioni lungo le coste dell'Africa orientale aprendo nuove rotte commerciali. Oggi per i cinesi Zheng He è il simbolo dell'ascesa pacifica della Cina, una concenzione darwiniana dell'espansionismo politico ed economico del Paese che assieme a un'idea sempre più solida di unità nazionale sta portando il gigante asiatico alla conquista del mondo. Superato - ma non rinnegato - il modello di società rivoluzionaria di Mao Tse Tung in favore di una ripresa degli antichi valori del confucianesimo e di un'idea di società armoniosa, la Cina - ha osservato Di Cosmo -è convinta di stare vivendo una fulgida stagione di risveglio, dove competitività è la parola d'ordine. «I cinesi, però - ha aggiunto Di Cosmo - devono ancora capire bene cosa adesso vuol dire capitalismo e cosa socialismo, il che conferisce al loro espansionismo una nota di ambiguità tutta de decifrare». Del resto, è intervenuto Abbattista, «già al tempo di Marco Polo i viaggiatori occidentali si resero conto di avere di fronte un gigante, una realtà ben diversa dalle Americhe selvagge scoperte praticamente negli stessi anni». Poi, nel XVIII secolo, l'Europa ebbe della Cina un'immagine «speculare alla propria: un Paese unito e armonioso contrapposto a un contintente diviso, perennemente in guerra e afflitto da persecuzioni religiose». Oggi la Cina, è stato ancora detto, è un Paese con una tradizione storiografica più ampia di qualsiasi altra civilità, «il che è una risorsa immensa», che ha imparato - diversamente dal passato - a unire scienza speculativa e conoscenza applicata, e con il quale l'Occidente dovrà molto presto fare i conti.
Ma non è solo l'Estremo Oriente a farla da padrone sugli scenari internazionali contemporanei. Dall'inquieto Medio Oriente l'Iran costringe l'Occidente a confrontarsi con una complessità politica e sociale che la globalizzazione non aiuta rendere più comprensibile. Ne hanno parlato la storica e regista Farian Sabahi, e l'iranista e islamologa Anna Vanzan, assieme al giornalista Claudio Pagliara, nel corso dell'incontro dedicato alle "Diverse realtà di una terra in conflitto". Una terra, ha raccontato Anna Vanzan, dove c'è «un Iran ufficiale con un regime totalitario, la società civile e in mezzo un gruppo che oscilla fra un estremo e l'altro». Una terra di paradossi, dove tutto è vietato ma alla fine si riesce a parlare - quasi - di tutto, «una società vivacissima dove ogni giorno la gente negozia i propri spazi di libertà, con un attaccamento disperato alla vita». E lettteratura e cinema svolgono una funzione fondamentale in questa ricerca di libertà». «Con i suoi 70 milioni di abitanti, grande cinque volte e mezzo l'Italia, l'Iran è un Paese schizofrenico sospeso tra Oriente e Occidente», ha spiegato Farian Sabahi, un Paese «dove i giovani guardano all'Occidente ma si sentono da questo respinti (la pressione delle sanzioni), dove tutti sono nazionalisti» ma ci sono divisioni tra minoranze, sciiti e sunniti. Su questa realtà pesa l'incognita del nucleare, e di cosa potrebbe fare Israele che, come ha spiegato Pagliara, «non può in alcun modo permettere che una nazione ostile nella stessa regione possa raggiungere una pari potenza militare, per la semplice ragione che il primo scopo del governo israeliano è che non debba mai ripetersi un olocausto. Perciò se per Israele un attacco fosse l'ultima chance per evitare che l'Iran diventi una potenza nucleare, lo farebbe». Scenari apocalittici, di fronte ai quali però, ha ribattuto Sabahi, vanno considerate tutta una serie di complesse e articolate realtà, prima fra tutte il fatto che in Iran, «contrariamente a quanto si pensi in Occidente, la religione non è il motore delle scelte».
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