Il significato di «Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani»

Anticipiamo parte dell'intervento dello storico inglese Christopher Duggan, che oggi alle 12 parlerà della "Costruzione dell'identità italiana" con Ernesto Galli della Loggia e il saggista Piero Peluffo.

di CHRISTOPHER DUGGAN


«Abbiamo fatto l'Italia. Ora si tratta di fare gli italiani». La famosa frase di Massimo d'Azeglio è generalmente intesa come un appello alla creazione di un'identità nazionale italiana nel senso inteso dalla Rivoluzione francese, cioè unire il "popolo" consapevole di essere spiritualmente unito da caratteristiche quali una lingua comune, una storia comune ed una religione comune in uno Stato creato dalla volontà collettiva delle persone (come ovviamente lo è formalmente il nuovo Regno con i plebisciti).
E questo è certamente il significato principale che i governanti italiani hanno dato alla frase nei decenni successivi al 1860. Di fronte alla realtà della frammentazione linguistica e culturale, l'assenza di una visione unificatrice del passato della penisola (e quindi, quasi necessariamente, del suo futuro), l'ostilità della Chiesa cattolica, la forza dei sentimenti regionali e municipali e molti altri fattori che appaiono contrari alla realizzazione dell'unità morale e materiale che era il fondamento dell'idealismo filosofico di Mazzini e di altri importanti ideologi del nazionalismo italiano, i politici hanno messo l'educazione patriottica degli Italiani al centro dell'ordine del giorno politico.
Tutto ciò non è certamente straordinario per l'Italia. Quasi tutti gli Stati del mondo sono obbligati a rispondere a quella che, nel corso del XIX secolo, appare come l'irresistibile marcia della democrazia, utilizzando tutti gli strumenti a loro disposizione, istruzione pubblica, monarchi carismatici, "invenzione" di tradizioni, monumenti e statue, festività nazionali eccetera, per ‘educare' il popolo, renderlo fedele all'esistente ordine politico e al di fuori delle grinfie delle forze rivali come l'anarchia e il socialismo.
Ma per l'Italia il problema dell'educazione nazionale è probabilmente più acuto rispetto ad altri Stati ugualmente importanti. Il nuovo Regno nasce nel bel mezzo di intense divisioni politiche ed in un periodo in cui anarchia e socialismo emergono velocemente come notevoli minacce. Esso ha contro la Chiesa cattolica, decisamente la forza istituzionale e morale più forte in tutta la penisola. La monarchia e le istituzioni sono ampiamente percepite come piemontesi e non italiane. E il Regno si trova spinto dalle proprie dimensioni ed anche più forse dall'eredità retorica del Risorgimento (alla cui base vi è il desiderio di far risorgere la grandezza del passato) ad entrare in concorrenza con le altre grandi potenze europee. In tali circostanze, la necessità di "fare gli italiani" sembra di capitale importanza.
Tuttavia, la famosa frase di d'Azeglio non è affatto intesa come appello alla creazione di un'identità nazionale italiana. Nello scrivere le sue memorie, d'Azeglio dà eco ai dibattiti che risalgono al tempo dell'Alfieri e della Rivoluzione francese (ed oltre) sulla necessità di correggere la decadenza del carattere italico, una decadenza che è ritenuta il prodotto di secoli di despotismo, materialismo, corruzione e Chiesa e creare delle persone migliori. Questo è ciò che vuole dire d'Azeglio con "fare gli italiani": liberarli da vizi quali indisciplina, irresponsabilità, pusillanimità e disonestà (vizi che, come molti patrioti del Risorgimento, ritiene essere alle radici del declino dell'Italia a partire dal Rinascimento) ed instillare in loro ciò che egli chiamava "doti virili".