Lelio Luttazzi va a Sanremo: «Ma poi basta spettacoli»

TRIESTEA Lelio Luttazzi mancava solo il Festival di Sanremo e ora, a ottantacinque anni, l'invito è arrivato: suonerà nella prossima edizione come padrino di una delle «giovani promesse», Arisa. È stato proprio Paolo Bonolis, direttore artistico e conduttore del festival, a volerlo sul palco. «Sono contento», commenta Luttazzi. «Accompagnerò Arisa al pianoforte in un quartetto, con chitarra, basso e batteria».
Per il musicista triestino è la prima volta assoluta sul palco dell'Ariston, anche se ci sono state varie tappe di avvicinamento: «All'inizio della carriera avevo provato a mandare qualche pezzo, ma non ero appoggiato abbastanza. In una delle prime edizioni del festival, quando c'era ancora Nunzio Filogamo, Gianni Ferrio ed io facemmo due arrangiamenti per l'orchestra di Armando Trovajoli. Dopo tanti anni mi chiamarono a dirigere un piccolo complesso accanto alla grande orchestra del festival ma sulla strada verso Sanremo, guidando la macchina del chitarrista Franco Cerri, ho fatto un incidente. Fu Guido Calvi a dirigere l'orchestra, non so come fece a capire ciò che avevo preparato nei miei appunti. Però mi pagarono lo stesso».
Oggi, ovviamente, a Sanremo va con spirito diverso: «Sono piacevolmente incuriosito, spero di fare bene il lavoro che mi è stato chiesto».
Esibizioni e apparizioni televisive, nelle ultime settimane, si sono moltiplicate: Luttazzi è stato recentemente ospite di Fabio Fazio a «Che tempo che fa?» e della fascia di approfondimento serale del Tg3 «Linea notte». A richiamarlo in scena ci aveva pensato un paio d'anni fa Fiorello a «Viva Radio 2», dopo trent'anni di lontananza dal piccolo schermo. Luttazzi, però, ha già dimostrato di non aver bisogno di alcun allenamento per tornare allo spettacolo: «Non ho bisogno di rimettermi al pianoforte, perché suono sempre alla stessa maniera». E poi, ci tiene a specificare, il suo non è un vero e proprio rientro sulla scena: «Questa nuova ribalta è cominciata grazie al dvd "Il giovanotto matto" col documentario sulla mia vita firmato da Pupi Avati. Sono contento, ma tutto sommato desidero che sia una specie di canto del cigno, proprio come il mio ritorno a Trieste. È l'ultima fase della mia vita e voglio passarla serenamente, quindi lo considero solo un momento: dopo non continuerò a fare spettacolo».
Elisa Grando