Il sogno del Porto Franco

Le complicazioni scaturite dal tentativo di «sospensione del punto franco» nello Scalo Legnami, hanno costretto il 29 luglio scorso il Commissario del governo «a uscire dalla consueta riservatezza e a dare contezza», un tanto per il «dovere di difendere di fronte ai cittadini l'istituzione che rappresento».
In premessa il dottor Balsamo ha ritenuto «utile ricordare, per quanto conosciuta e di per sé evidente» come la previsione del Trattato di pace del 1947 (in analogia con quello di Versailles del 1919) di mantenere il regime del Porto Franco Internazionale costituisse la sola «garanzia di condizioni di agibilità economica per il previsto Territorio Libero di Trieste, in grado di assicurarne la sopravvivenza». Difatti, nei due secoli precedenti il 1918 Trieste era divenuta una metropoli grazie al Porto Franco voluto dai Signori di Trieste, di venerata memoria.
Con il «practical arrangement» di Londra del 1954 l'Italia si è assunta l'obbligo, di fronte al mondo e ai triestini, di dare piena e leale attuazione ai primi 20 articoli dello «Strumento relativo al Porto Franco di Trieste» - Allegato VIII del Trattato di pace. L'art. 19 fa obbligo all'Italia di adottare tempestivamente «tutte le misure ragionevoli e necessarie per l'amministrazione, il funzionamento, la manutenzione e lo sviluppo del Porto Franco, come un porto efficiente ed idoneo a far prontamente fronte a tutto il traffico relativo». In realtà, dopo la «seconda redenzione», a causa del «succedersi di provvedimenti di eterogenea natura», tutti di origine romana, il Porto Franco Internazionale di Trieste ha conquistato record mondiali ineguagliabili: unico porto privo delle gru (tranne l'inefficiente Molo VII), di collegamenti autostradali diretti, e il Porto Vecchio, mummificato con il «vincolo architettonico», privo finanche di quelli ferroviari! Nel frattempo nel nostro Golfo nascevano i porti di Capodistria, Monfalcone e Porto Nogaro.
In conclusione, il Commissario Balsamo, sua sponte, «vuole aggiungere qualche parola sul tema del futuro del Porto vecchio...» praticamente il de profundis per il Porto Franco Vecchio, tragico bilancio delle infinite violazioni italiane dell'Allegato VIII (complici silenti e supine le autorità sedicenti "triestine"). Infatti egli riconosce che: «Il dato di fatto è che chi arriva a Trieste... subisce la lunga sequela di depositi portuali in abbandono, delle linee ferroviarie invase dai rovi, dei sedimi deserti, degli edifici in rovina. È una condizione che dura ormai da tanti anni...». Tutto questo accadeva mentre era generale la ricerca di nuovi spazi portuali!
Il Porto Franco di Trieste, oltre ai due adeguabili «retroporti» di Cervignano e Villa Opicina/Prosecco, potrebbe essere «allargato», a norma dell'art. 3 dell'all. VIII, di oltre 3 milioni di mq includendovi gli impianti semiabbandonati di Trieste Scalo/Barcola, Campo Marzio, Aquilinia, S. Sabba e le aree ex Aquila ed Esso. Finora un sogno poiché «ogni euro speso a Trieste, porto estero per estero, finisce oggettivamente per favorire le merci concorrenti con quelle italiane», verità già denunciata nel 1912 da Angelo Vivante e osteggiata dai miopi irredentisti: «l'antitesi tra il fattore nazionale e il fattore economico è il filo conduttore della storia triestina». Nel 1919, egli piegò al suicidio per non assistere all'agonia della sua Trieste. Ma dopo il 2004 il nuovo «Impero» a cui Trieste appartiene va dall'Atlantico da Baltico al Mar Nero: è dunque tempo che «Trieste chiami Bruxelles - Bruxelles chiami Trieste».
Salvatore Fernetti