Renzo Rosei: l'Italia affronti subito il nodo delle risorse energetiche

di Fabio Pagan

Professor Rosei: le riserve di combustibili fossili (come petrolio, gas naturale, carbone) non sono certo infinite. Ma è da decenni che si parla di fine del petrolio...
«È vero. Ma temo che ora siamo di fronte a una svolta. Il petrolio è la fonte di energia che sarà più difficile rimpiazzare. Le stime sulle riserve di 'oro nero' variano notevolmente, ci sono interessi molto forti a manipolarle o a tenerle segrete. Stime attendibili indicano comunque che nel ventre della Terra sono ancora custodite riserve per circa 1000 miliardi di barili di petrolio.
Al ritmo attuale di consumo di circa 27 miliardi di barili all'anno, le scorte dovrebbero durare 35-40 anni. Ma il consumo di petrolio tende a salire di circa il 2 per cento all'anno».
Non basterà trovare nuovi campi petroliferi?
«No, perché bruciamo petrolio a una velocità quattro volte più elevata di quanto ne scopriamo. Inoltre la produzione di un campo petrolifero sale nel tempo a mano a mano che si scavano nuovi pozzi, ma poi comincia fatalmente a diminuire. Ad esempio, i giacimenti inglesi del Mare del Nord sono passati attraverso un massimo nel 1999 e da allora la produzione sta scendendo velocemente. E' un andamento ben noto. Il geofisico americano Marion King Hubbert, che lavorava per la Shell, fu il primo a formalizzare matematicamente questo andamento: nel 1955 predisse che la produzione di petrolio degli Stati Uniti sarebbe passata attraverso un picco nel 1971. Fu deriso, ma la sua previsione si avverò. Tanto è vero che al massimo della curva di estrazione è stato dato il nome di "picco di Hubbert"».
Ci avviciniamo dunque al «picco del petrolio», al momento in cui la domanda supererà l'offerta?
«Certo, potremmo ormai esserci molto vicini. Oggi il barile di petrolio supera i 70 dollari, ma in futuro il costo inevitabilmente crescerà per l'elementare legge economica della domanda e dell'offerta. Il problema, quindi, non sarà una repentina scomparsa del petrolio, ma l'impatto che la continua crescita del prezzo avrà sull'economia dei diversi paesi».
E come andiamo con il gas e il carbone?
«Le riserve di gas naturale sembrano un po' più abbondanti. Ma la scarsità di petrolio tenderà a utilizzarle sempre più intensamente. Il carbone presenta riserve ancora assai considerevoli, ma sappiamo che proprio il carbone produce in proporzione le maggiori quantità di anidride carbonica, principale responsabile dell'effetto serra. Insomma, la situazione non è affatto rosea».
A meno che non si sfruttino intensamente le energie rinnovabili: il solare, l'eolico, il geotermico, l'idroelettrico. E le biomasse, come l'etanolo per l'autotrazione...
«Sul lungo termine non ci sono altre soluzioni se non le energie rinnovabili, anche se il loro sfruttamento è tutt'altro che facile. Io, ad esempio, ho forti dubbi sulle biomasse. Sappiamo che l'efficienza della fotosintesi clorofilliana (che trasforma l'energia solare nell'energia chimica contenuta nelle piante) è appena del 2 per cento. Se poi i combustibili (il bioetanolo, il biodiesel) vanno ricavati dalle piante, allora l'efficienza totale non arriva allo 0,5 per cento. Questo significa che per avere quantità di energia apprezzabili occorre disporre di superfici sterminate da coltivare. Solo nazioni come Stati Uniti, Russia, Brasile possono cercare di trarne vantaggio».
Va in questa direzione il recente accordo di collaborazione energetica tra Stati Uniti e Brasile, duramente criticato da Fidel Castro...
«Negli Stati Uniti c'è la corsa al bioetanolo ricavato dal granturco, ma questo ha intaccato solo marginalmente la richiesta di benzina: appena del 2 o 3 per cento. In compenso, il prezzo del mais è raddoppiato in un anno e sono aumentati i costi di tutte le granaglie, perché vasti appezzamenti sono stati soppiantati dal granturco. Il Brasile ha la canna da zucchero, con un rendimento energetico molto migliore del mais. Ma l'idea che per saziare gli appetiti energetici americani si debba disboscare la foresta amazzonica mi preoccupa non poco. E allora, forse, Castro non ha poi tutti i torti... Altre forme di energie rinnovabili (fotovoltaico e solare termodinamico, eolico e così via) sono più promettenti, ma richiedono investimenti e ancora molta ricerca per migliorare i rendimenti e abbassare i costi».
E il nucleare? Possibile che le 450 centrali attualmente in funzione nel mondo debbano un giorno chiudere tutte? Ed è pensabile rimettere nel cassetto quella tecnologia nucleare che oggi molti cominciano a riprendere in considerazione?
«Io ho un passato di fisico nucleare: mi sono laureato facendo la tesi all'allora Cnen, il Comitato nazionale per l'energia nucleare, poi diventato Enea. Eppure il nucleare non mi convince, perché sottende la stessa filosofia perversa dei combustibili fossili. Noi consumiamo le risorse e lasciamo ai nostri discendenti le 'scovazze': l'anidride carbonica o le scorie radioattive. E poi, anche di uranio non ce n'è mica tanto. Dovremmo ricorrere ai reattori autofertilizzanti, che però producono plutonio. E fabbricare bombe atomiche è assai più facile con il plutonio che con l'uranio, rendendo di fatto incontrollabile la proliferazione di armi nucleari».
Sulla fusione nucleare è meglio stendere un velo...
«Purtroppo sì. Quando mi sono laureato si diceva che ci sarebbero voluti trent'anni. Adesso la stima è di cinquant'anni...».
Fino a qualche tempo fa lei era un paladino dell'idrogeno quale ideale «trasportatore» di energia. Ma mi pare che ora la sua fiducia nell'idrogeno si sia un po' incrinata...
«L'idrogeno ha alcuni vantaggi indubitabili. Ad esempio, quello di bruciare in maniera pulita, avendo l'acqua come unico sottoprodotto. Per questo è evidente che che l'uso di automobili a idrogeno farebbe sparire quasi del tutto l'inquinamento urbano».
E allora? Perché tanti dubbi?
«Perché ci sono molti ostacoli a questa via. Prima di tutto, non esistono 'pozzi' o 'miniere' di idrogeno. Quindi l'idrogeno deve essere ricavato dalle sostanze che lo contengono. A cominciare dal metano, che però non è inesauribile. Si può anche estrarlo chimicamente dall'acqua, ma questo processo richiede parecchia energia. L'idrogeno, comunque, ha un'altra virtù: quella di poter essere immagazzinato facilmente. E quindi è assai probabile che, come vettore e serbatoio di energia, l'idrogeno abbia un futuro. Ma i problemi da risolvere sono ancora tanti».
Un futuro al buio, dunque?
«No, se cominciamo ad agire subito. E vorrei finire con una citazione. Voltaire ha detto: l'Uomo parla, la Natura agisce. Speriamo che non avesse sempre ragione».