Battaglia tra eredi e la salma di Savorgnan di Brazzà è bloccata tra Algeri e il Congo

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Sono fioccate denunce, si sono incrociate telefonate tra cancellerie, sono partite scomuniche di parenti, scocate minacce e implorazioni con voli frenetici fra Roma, Parigi, Parigi e Brazzaville. Legalmente la tomba è inviolabile senza il consenso di ciascun erede: e ora tutto è in sospeso al punto che Jacques Chirac - che due anni fa aveva posto la prima pietra del mausoleo, e ora voleva tornare nell'ex colonia sulle ali del grande spirito bianco che la scoprì - pare abbia dovuto rinunciare al viaggio. Figurarsi l'ira del ruvido presidente congolese Sassou N'guesso, che attorno all'evento ha costruito un faraonico spot di regime e ora rischia di perdere la faccia davanti al Paese.
«Avevamo posto condizioni minime - racconta Idanna Pucci, bis-nipote di Pietro e organizzatrice della grande mostra romana sull'esploratore - ma ci hanno trattato come se quel corpo fosse già loro. E noi abbiamo detto no». E così martedì, esasperato, lo stesso presidente N'Guesso è volato a Napoli per affrontare il parentado ribelle, ma il suo atteggiamento - definito a dir poco aggressivo - ha irrigidito ancora di più la controparte. Ore le possibilità di composizione sono al minimo. Si tratta ancora, c'è chi vuol forzare le cose ignorando l'aut-aut, la cerimonia non è stata ancora disdetta, ma i contorni di un intrigo internazionale ci sono tutti.
Non sembra una storia del Duemila, ma un romanzo di John Le Carré, con gli ingredienti perfetti del giallo. Un colonialista buono, simbolo di un rapporto non predatorio fra Europa e Africa, che un secolo fa viene defenestrato dalla Francia ingrata e sceglie, per polemica, di farsi seppellire ad Algeri. Una morte non chiarita, forse per avvelenamento, dopo la stesura di un ultimo rapporto durissimo - immediatamente trafugato - contro lo sfruttamento dell'Africa da parte delle multinazionali di allora. Infine le sue ceneri, che ora tutti vorrebbero per il supposto potere taumaturgico e l'immenso valore propagandistico, oscuro oggetto di desiderio dei Potenti dell'Africa Equatoriale.
Attorno al fantasma, i protagonisti. Nel profondo della giungla, le tribù Bateké - le più forti della zona - che con i loro tamtam invocano ancora lo spirito dell'esploratore e ne tengono viva la leggenda, ma sono invise al regime repubblicano di Brazzaville che non ne riconosce la dinastia reale. Un presidente nero, amico delle multinazionali del petrolio e dei diamanti, affiancato da uno stregone personale, nominato re-fantoccio dei Bateké; un negromante che - dicono fonti dell'opposizione congolese all'estero - avrebbe già trafugato da Algeri alcune ossa di Pietro, all'inizio del 2004. Infine, il presidente della "grandeur", Chirac, erede della Francia coloniale e desideroso di fregiarsi del nome dell'unico eroe bianco in terra d'Africa. Come de Gaulle che, battuti i tedeschi, rientrò ad Algeri con la nipote dell'esploratore, Marta di Brazzà.
E poi i parenti divisi all'ultimo sangue, come i clan rivali della "guerra dei Roses". Da una parte l'ala friulana, con i bis-nipoti Corrado e Roberto Pirzio Biroli, decisi - in sintonia col potere di Brazzaville - a coronare ad ogni costo il sogno del padre Detalmo, morto a 90 anni pochi mesi fa, esploratore pure lui e grande mallevadore dell'operazione. Dall'altra, Speronella Savorgnan di Brazzà in Sicilia, i Serègo Alighieri di Firenze, i Papafava di Padova, i Bracci di Montepulciano. In testa, la "pasionaria" dei resistenti, Idanna Pucci, affiancata dall'avvocato parigino Eric Ravinetti, un osso duro che conosce bene l'avversario avendo già vinto un processo contro Chirac, la "Total" e Sassou N'guesso.
Tutto comincia alle fine del 2003 quando il già vecchio ma indomabile Detalmo legge delle lotte intestine tra monarchia tribale e presidenza congolese e intuisce la portata pacificatrice postuma dell'illustre antenato. Chiede di incontrare entrambi: il re dei Batekè e il presidente Sassou N'guesso. A Brazzaville accettano immediatamente, gli fanno ponti d'oro. La memoria di Pietro è politicamente importante, costruirgli un mausoleo sarebbe come avere un santuario della madonna di Fatima. Anche il vecchio re è contento, dice a Pirzio Biroli che le tribù sui grandi fiumi, risaliti da Pietro, aspettano da un secolo il ritorno dell'"antenato bianco dei congolesi". E in segno di amicizia regala al vecchio un bracciale magico fatto di rame e di un pelo di elefante.
Una macchina miliardaria si mette in moto: la presidenza di Brazzaville vuole un museo gigantesco e ottiene la copertura entusiastica degli sponsor - in prima fila la Total - eredi di quella stessa Francia coloniale che determinò la sconfitta di Pietro. Da Parigi "monsieur le président" Chirac, amicone di Sassou N'guesso, approva e vola a posare la prima pietra. Tutti contenti, insomma: l'Italia, della riscoperta di una sua grande figura dimenticata; la Francia, di rifarsi il lifting dopo aver rinnegato il colonialismo dal volto umano di Savorgnan; le istituzioni congolesi, di cancellare una certa immagine sanguinaria e di apparire con un volto migliore davanti alla Banca Mondiale; le multinazionali, di consolidare il potere del "loro" presidente; le tribù, di riavere il "loro" monsieur di Brazzà. E il vecchio friulano Detalmo di aver composto un dissidio senza fine.
E' qui che entra in scena Idanna Pucci. Per preparare la mostra sull'antenato vola in Congo, ma senza gli onori tributati a Detalmo. Sta tra le gente, e scopre la verità. Nel quarto Paese produttore di petrolio dell'Africa, il popolo è alla fame. L'estrazione di diamanti va alla grande ma i bassifondi di Calcutta sono "a cinque stelle" rispetto ai quartieri popolari di Brazzaville. In gran parte della città manca la luce, mentre gli uomini del presidente stanno in ville lussiose e vestono Dior. In più, alle istituzioni congolesi di Savorgnan di Brazzà non importa nulla: nel liceo che porta il suo nome, che un tempo sfornava l'intellighenzia di mezza Africa, i dormitori sono "stalle senza latrine" e le condizioni di studio "allucinanti". Capisce che la memoria del grande antenato rischia di essere usata per scopi opposti ai suoi ideali. Scopre che qualcuno ha violato la tomba di Algeri, e intuisce che le ossa di Pietro possano diventare un inestimabile feticcio per qualcuno.
Torna dal vecchio Detalmo, gli spiega la situazione. Lui s'arrabbia, le dice "non sonoaffari tuoi", pensa che la macchina non può essere più fermata. Ormai sa di avere i giorni contati, e nell'autunno del 2005 convoca il parentado per affidargli la grande missione. E quando muore, pochi mesi dopo, lascia al figlio Corrado, diplomatico a Bruxelles e consigliere di Romano Prodi, il compito di sorvegliare la trasferta del corpo. La macchina accelera, ma la Pucci non molla, pensa che quel funereo trasloco sia un'occasione irripetibile per migliorare la situazione della gente in Congo. E medita di imporre delle condizioni alla presidenza, per non dover essere costretta, con altri parenti, a bloccare l'esumazione. In fondo la legge francese - il cimitero di Algeri dipende dalla giuristidione di Parigi - consente anche a un solo discendente di bloccare tutto.
La tensione sale quando i "dissidenti" riescono a far invalidare la delega a Corrado Pirzio Biroli. È la vigilia dell'inaugurazione della mostra di Roma, appena venti giorni fa, e mezzo establishment congolese si cala inferocito ad affrontare questi signori che osano mettere i bastoni fra le ruote. In un sotterraneo di un albergo romano, a mezzanotte, comincia la resa dei conti. Il presidente della fondazione congolese "di Brazzà" che si occupa dell'operazione, Jean-Marie Kamba, intima: di qui non si esce senza un accordo. Prendono le foto e le firme dei presenti. Il clima è teso, quasi minatorio. Verso le tre del mattino i congolesi accettano alcune condizioni, ma gli italiani chiedono una prova di buona fede: che i patti siano pubblicati sul giornale in lingua francese della capitale africana.
Così non avviene. Al re dei Bateké non perviene nessun invito scritto, nessuno fornisce le garanzie richieste, e così da Parigi la "fronda" spedisce alla stampa e alle tre capitali il testo, motivato, del suo diniego alla riesumazione. Ed è qui che si scatena il putiferio delle ultime ore, con l'arrivo del presidente congolese in Italia e, ieri sera, anche del sindaco di Brazzaville. Gli aerei della missione Brazzà sono già pronti a Parigi, ma tutto può ancora succedere.
Paolo Rumiz