Paoletti: Trieste ha troppi negozi

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Il futuro

è una grande

distribuzione

organizzata

in centro e in

periferia

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Sviluppo

straordinario

negli anni '70,

ma poco dopo

le prime

difficoltà

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Alla fine

degli anni '80

i dettaglianti

«protetti»

dalla classe

politica

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L'idea del

Parco a mare

in Porto Vecchio

è la migliore

alternativa

all'Expo

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*Il presidente della Camera di commercio (nonché della Confcommercio triestina), Antonio Paoletti è un uomo fai-da-te. Primo, perché dal nulla ha messo su un piccolo impero commerciale e industriale che fattura oltre 32 milioni di euro all'anno. Secondo, perché è stato il primo, a Trieste, ad aprire - nel 1975 - un centro fai-da-te per la vendita di vernici, legno e materiali da bricolage. Oggi, a 56 anni, guida la Camera di commercio triestina con la stessa idea del «fare» di quando, a 18 anni, si era lanciato nel mondo dell'economia e del commercio.
Una carriera in controtendenza con la situazione del commercio triestino, che sta andando piuttosto male.
Più che andare male il commercio a Trieste sta vivendo una fase di riconversione.
Sembra un eufemismo. Chiudono negozi a raffica.
C'è una rete di negozi sovradimensionata rispetto all'utenza della città. Ci sono tante realtà disseminate sul territorio nate a suo tempo per favorire un'utenza che oggi non esiste più.
Dica la verità: le è mai successo di entrare in un negozio, chiedere un prodotto e sentirsi rispondere «no xe, no gavemo, 'riverà»?
Purtroppo sì. Ma succede perché è difficile fare capire che più la gente non compra a Trieste, più il commercio ne risente.
Adesso non sarà mica colpa dei triestini?
C'è una colpa reciproca, fra commercianti, cittadini e scelte politiche sbagliate.
Cominciamo dai primi.
Le cose stanno così: negli anni Settanta il commercio in città ebbe uno sviluppo straordinario.
L'epoca dei «jeansinari».
Appunto. Non si ha un'idea di cosa si riusciva a vendere allora. Vernici, oro, prodotti farmaceutici, caffè...gli acquirenti d'oltreconfine compravano di tutto. Era un'economia ricchissima, ma di basso profilo, se così si può dire. Allora i triestini che non trovavano sul mercato prodotti migliori cominciarono a rivolgersi altrove. Mobili, abbigliamento, prodotti di marca si andavano a comprare in Friuli, nel Veneto. Cominciò allora la dissafezione nei confronti dei commercianti in città che intanto continuavano ad arricchirsi.
Poi sono caduti i muri, e l'Est ha aperto all'economia di mercato.
Già. E a Trieste è iniziata la crisi. Gli acquirenti dell'Est sono scomparsi, i triestini hanno continuato a rivolgersi altrove. Alla fine degli anni Ottanta la crisi era evidente, ma molti commercianti hanno insistito sulla vecchia strada, si sono indebitati fino a collo. Era il momento della grande distribuzione, nascevano i centri commerciali, apriva il Mercatone di Palmanova. Ma il piccolo commercio era contrario. E per non perdere i voti dei commercianti ostili alla grande distribuzione per paura di essere fagocitati la classe politica ha bloccato questo trend, almeno fino alla nascita delle Torri d'Europa.
E adesso...
E adesso che il mercato della grande distribuzione è saturo, a Trieste si parla di aprire nuovi centri commerciali: Montedoro, Silos, nel comprensorio della Fiera, nel vecchio mercato ortofrutticolo. Mentre la rete di vendite al dettaglio è più che mai sovradimensionata. E i triestini continuano ad andare altrove.
Ha un'idea di come se ne viene fuori?
Con una grande distribuzione organizzata in centro e nell'immediata periferia. I centri commerciali della grande distribuzione non fanno ricchezza sul territorio, i gestori non reinvestono, portano i profitti altrove. Allora occorre pensare sì ai centri commerciali, ma come contenitori di attività consorziate. Come il Lafayette di Parigi. Penso a magastore gestiti da consorzi locali e gruppi d'acquisto posizionati verso il centro e l'immediata periferia. Altrimenti rischiamo di costruire cattedrali nel deserto.
È questa la riconversione di cui parlava?
Sì. E poi penso ai negozi che vendono prodotti monomarca, al «franchising», a un'offerta specializzata. E questa sì, funziona.
C'è anche la sindrome da Expo. È stata una batosta.
Più di quanto si pensi. Molti investitori nazionali e internazionali ci avevano scommesso. Diversi imprenditori del Veneto hanno acquistato interi palazzi pensando di realizzare bad-and-breakfast, alberghi, strutture ricettive. Vedevano nell'Expo la possibilità di un grosso rilancio della città nell'economia e nei servizi.
E adesso?
È tutto fermo. C'è un clima di attesa. Le potenzialità ci sono tutte, ma siamo in una fase di stallo.
Così le è venuto in mente il Parco del mare.
Ne sono assolutamente convinto. Il Parco del mare in Porto vecchio è la migliore alternativa possibile all'Expo. Metterebbe in moto turismo, industria, servizi. Il turismo inteso come idustria.
Il progetto prevede un grande acquario, musei, attività legate al diporto...le piace il mare.
Ho una barca a vela, un Comet 303 da nove metri e mezzo. Non perdo una Barcolana. E naturalmenete vado in vacanza nel Quarnero, in Dalmazia. Trieste ha bisogno del mare, e in Camera di commercio stiamo lavorando da tempo sul mare. Ad esempio con l'Ufficio progetto pesca, che ha rilanciato l'allevamento dei mitili, e adesso sta puntando all'allevamento delle «ostriche di Maria Teresa».
Quindi il Parco del mare.
Nei giorni scorsi è stato qui il creatore dell'Acquario di Genova, Giovanni Battista Costa. È rimasto entusiasta del Porto Vecchio, e del nostro progetto. Mettere insieme industria, turismo, le attività scientifiche legate al mare. Potremmo anche riprendere un progetto che prevedeva la creazione di un reef artificiale in un certo punto del golfo per attrarre il turismo subacqueo, che in Istria e Dalmazia ha avuto uno sviluppo straordinario. Guardiamo Genova: solo grazie all'Acquario è diventata una città turistica. E il bacino di utenza c'è: Assieme a Genova e Napoli, Trieste potrebbe avere il migliore acquario d'Italia. Pensando all'indotto, sarebbe uno dei volani dello sviluppo di tutta la regione.
Gli altri volani quali sono?
Il rilancio dei traffici portuali - già in atto -, e per il quale la Camera di commercio è molto impegnata nella logistica. E poi, terzo volano, un'industria pulita da mettere insieme a scienza e ricerca. Come Camera di commercio collaboriamo con tutti, dalla Sissa al Centro di fisica. E siamo d'accordo con loro, e con quanto diceva il rettore dell'Università Domenico Romeo, che bisogna fare marketing territoriale. Insomma, la parola vincente è consorzio. Lavoro di sqaudra. Per questo dobbiamo creare quanto prima un'Agenzia dello sviluppo di Trieste, mettere a fuoco poche idee ma ben condivise. Con un'idea chiara in testa: i soggetti politici devono essere al servizio dei soggetti attuativi, non succedere il contrario.
Quest'anno la Camera di commercio celebra i 250 anni.
E festeggeremo pensando alla cutlura. Apriranno mostre di Ugo Carà a Bruxelles e di Cesare Dell'Acqua al Ridotto del Verdi dal titolo «Esotismo e mondanità». Per ricoradre gli antichi fasti del commercio a Trieste. E apripremo il primo museo merceologico della città.
Commercio che sposa cultura, altro antico binomio della tradizione borghese triestina.
Assolutamente. E intendo continuare su questo punto, per tutti. Ricordo, fra le altre cose, quello che abbiamo fatto per Boris Pahor, la mostra in suo onore.
Sta per scadere il suo mandato. Bilancio?
Mi ricandido, perché ho ancora molte cose da fare. In quanto al bilancio di quanto è stato fatto, questa giunta camerale, ci tengo a dirlo, ha lavorato unita al di là delle appartenenze e delle singole identità, solo nell'interesse della città. Con una particolare lungimiranza sulla logistica e i trasporti. E ha lavorato bene anche l'ufficio di Bruxelles, con progetti che attingono a fondi comunitari e che vanno dalla pesca agli agriturismi, dall'informatica alle tecnologie della comunicazione. Senza contare la delega nazionale della legge 84 per la ricostruzione nei Balcani. Sì, c'è,ancora molto da fare.