Il Papa bacchetta la Sacra Rota

CITTA' DEL VATICANOBasta con gli annullamenti facili. Più attenzione alla dottrina e alla giustizia, meno a formalità e tecnicismi. Le ragioni della fede contro l'evidenza del fallimento. Tempi meno lunghi e decisioni più ponderate.
Giovanni Paolo II riceve i giudici della Sacra Rota, il tribunale vaticano, per l'apertura dell'anno giudiziario e non risparmia una lavata di testa all'illustre consesso. Al Papa, si sa, sta a cuore la famiglia e proprio non digerisce le scorciatoie nella rottura del sacro vincolo matrimoniale.
Il Papa usa la mano pesante. Pone, infatti, una «questione etica» sulla giustizia. Una questione di carattere generale, poiché, dice Giovani Paolo II, «una questione etica esiste in qualsiasi genere di processo giudiziario».
Figurarsi in un processo chiamato a valutare l'esistenza o meno del matrimonio. La questione dovrebbe rendere «meno probabile l'acquiescenza a interessi alieni dalla ricerca della verità».
L'allusione del Pontefice è durissima, come le sue parole del resto. Non basta il dissidio fra i coniugi, il fallimento di una vita comune per dichiarate un matrimonio nullo. Non si possono cercare scorciatoie né suggerirne in nome di una «falsa compassione», di «falsi modelli di pensiero». Insomma, l'annullamento non è divorzio. Parola non pronunciata dal Papa ma evocata dai fatti.
«In nome di pretese esigenze pastorali» - questo il rimprovero di Giovanni Paolo II, che rischia di cadere sulla testa dei vescovi oltre che su quella dei giudici - c'è chi suggerisce di «dichiarare nulle le unioni totalmente fallite e per ottenere tale risultato si suggerisce di mantenere le apparenze procedurali e sostanziali, dissimulando l'inesistenza di un vero giudizio processuale».
Fuori dalle calibratissime parole di Oltretevere è come se fosse detto: in pratica si addomesticano i processi.
Come si sostanzia questa alterazione del naturale corso della giustizia? Secondo il Papa «si è così tentati di provvedere a un'impostazione dei capi di nullità e a una loro prova in contrasto con i più elementari principi della normativa e del magistero della Chiesa».
I vescovi, poi dovrebbero fare più attenzione, perché la giustizia dei tribunali non è «questione meramente tecnica della quale possono disinteressarsi».
E qui il Papa, nel suo discorso pronunciato con la fatica della malattia e la determinazione di sempre, traccia il ritratto del giudice. Un giudice chiamato dalla «deontologia» al solo «criterio ispiratore nell'amore per la verità». Un giudice che deve essere capace di «resistere alla paura della verità, che a volte può nascere dal timore di urtare le persone».
Se il tribunale dove si siede è ecclesiastico e il diritto al quale si è soggetti è canonico, poi, ci si deve attenere «rettamente» alle leggi e alla loro interpretazione dottrinale. «Qualche volta - sottolinea il Papa - si pretende di separare le leggi della Chiesa dagli insegnamenti magisteriali, come se appartenessero a sfere distinte».
Nessun alibi anche per i tempi dei processi. Ciascuno ha diritto a un processo «celere», nessuno alle scorciatoie. La "falsa celerità, che sia a scapito della verità, è ancor più gravemente ingiusta».
In occasione dell'apertura dell'anno giudiziario della Sacra Rota l'arcivescovo polacco Antoni Stankiewicz, nel discorso di saluto rivolto a Giovanni Paolo II, ha detto esplicitamente che il «movente» di molti degli abusi denunciati dal Papa in tema di nullità matrimoniali è proprio una malintesa solidarietà verso gli sposi che vivono uno stato di sofferenza, perchè essendo in situazione irregolare non possono accostarsi all'Eucaristia. «Il giudizio sullo stato di grazia, spetta soltanto agli interessati stessi - ha però aggiunto il Decano della Rota, che propende evidentemente per la riammissione, pur chiamandosi fuori dalla questione teologica - in quanto si tratta di una valutazione di coscienza, in conformità con l'ammonizione dell'apostolo Paolo ai Corinti: «Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice».
Lucia Visca