Ida Marcheria: «Meglio che questa malattia muoia con noi»

ROMA «Un giorno per ricordare tutto. Ma non fu un giorno solo, furono centinaia di giorni, bisognerebbe ricordare ciascuno nel momento esatto in cui l'hanno bruciato». Ida Marcheria ha 75 anni e due li ha passati a Birkenau-Auschwitz. Dall'inferno è tornata tenendo per mano Stellina, la sorella più piccola: nel campo sono rimasti tutti gli altri: mamma, papà, fratello, nonni, cugini. La sua prima reazione, sessant'anni dopo, è quasi di rabbia, come volesse dire: vi ricordate di noi una volta l'anno e noi, invece, non dimentichiamo mai. E fa vedere un giornale con la foto del braccio con impressa, per sempre, la sua matricola: 70412. «Me l'hanno voluta fare per forza quella foto, non volevo, non mi piacciono queste cose". Ma poi si ferma per un attimo, guarda per terra con i suoi occhi grandi senza sorriso: "Forse, però, un giorno all'anno va bene, altrimenti si diventa ossessivi. Vede, noi reagiamo cosë perché siamo ammalati».
Ammalati di cosa?
«Di una malattia dalla quale non si guarisce, che non andrà mai via».
Elie Wiesel, premio Nobel per la Pace, anche lui sopravvissuto all'Olocausto, ha detto che bisogna ricordare perché il nostro passato non diventi il nostro futuro.
«È così, anche se io, in fondo, ai ragazzi non vorrei raccontare quello che ho visto e sofferto».
Perché?
«Meglio sappiano che c'è solo la pace, meglio che questa malattia muoia con noi».
Lei ha un figlio. Quando gli ha detto di Auschwitz?
«Mai, non ho mai raccontato, nemmeno a lui. Ha saputo, ma io non ho raccontato. Del campo parlo da poco».
Quando è stata la prima volta?
«Non ricordo quando, ma fu con Marcello Pezzetti, per il film "Memoria", sette-otto anni fa, non ricordo con precisione».
Da allora è tornata tre volte ad Auschwitz, con studenti, con i sindaci di Roma. In un documentario ha descritto il campo, baracca per baracca.
«Sì, con una fatica immensa, con una rabbia che non riesco a cacciare».
Adesso è qui, proprietaria di questa fabbrica di cioccolata raffinata e squisita, una delle migliori di Roma. Hanno scritto che si è messa a fare cioccolata perché la sognava durante la prigionia.
«Ma no, è un caso, sposai un ragazzo che faceva il ciccolataio. Però è vero che là dentro mancava tutto, la cioccolata era un sogno irrealizzabile».
I tedeschi l'arrestarono a Trieste, la sua città, il 7 novembre 1943. Capë subito cosa l'aspettava?
«No, ero una ragazzina: non avevo paura».
Nel campo vi ritrovaste in due: lei e sua sorella. Quando seppe che i suoi genitori non c'erano più?
«Subito, ce lo dissero subito che erano finiti nei crematori, che erano diventati fumo. Noi, io e mia sorella, eravamo andate a piedi nel campo, gli altri via, sul camion. La mamma la vidi fino all'ultimo, mi guardava e non parlava, non piangeva».
Ma sperava, comunque, di rivederli?
«No, sapevo che non c'erano più, non avevo speranze».
Sono passati sessant'anni. I suoi ricordi so no cambiati? Le immagini hanno lasciato il posto a qualcos'altro? La rabbia si è affievolita?
«Non è possibile, dentro di me è tutto come allora: ci hanno distrutto prima la giovinezza, poi la vecchiaia. Ci hanno reso, per sempre, persone non normali».
Lei odia?
«Io non perdono per il male che mi hanno fatto. Vede, nessuno, per quanto si scriva e si racconti, può capire fino in fondo quello che è stato. C'erano dei ragazzi con noi, quando tutto è finito. Erano tornati liberi ma non ce l'hanno fatta, sono passati da un incubo all'altro e si sono lasciati morire di fame, sì, non sono più riusciti a mangiare, a vivere».
Ida Marcheria torna nel silenzio garbato che accompagna le sue giornate. Giovedì andrà in televisione, ma lo dice come chi è costretto ad adempiere a un dovere non tanto verso se stessa ma verso chi non è più tornato. Ma anche giovedì, si sveglierà, come ogni giorno da sessant'anni, alle quattro del mattino, l'ora dell'appello di Auschwitz.
Pier Vittorio Buffa