Muore l'Expo, nasce il «Parco del mare»

Fare l'Expo senza l'Expo? Riassunto ieri dall'europarlamentare azzurro Renato Brunetta, il concetto circola da giorni in città. Svanito l'acceleratore di sviluppo, l'importante è non perdere l'abbrivio della sfida che Trieste ha mostrato di volere raccogliere. Anche, soprattutto, sul Porto Vecchio. Oggi nella sede «neutrale» della Camera di commercio con il presidente Antonio Paoletti si ritroveranno Comune, Provincia, Autorità portuale e Regione (ma l'elenco potrebbe non essere completo). Si parlerà del progetto di Parco sul mare lanciato da Paoletti, ma anche di altre eventualità: «Nulla è escluso al momento, il dibattito su Porto vecchio è aperto. Svilupperemo il tutto cercando di trovare una convergenza senza perdere tempo» sul riuso del vecchio scalo, annota Paoletti.
Un'impostazione su cui arriva il commento del presidente della Regione Riccardo Illy: «L'idea di ristrutturare l'area per destinarla a usi diversi, legati alla portualità ma non strettamente ai traffici marittimi, è precedente a quella dell'Expo. Si tratta ora di riprenderla e trasformarla in progetto da realizzare sfruttando il consenso che l'Expo ha creato anche attorno a questa prospettiva». Mancheranno i fondi destinati a Trieste in caso di vittoria? «Credo che una quota potrà essere allocata comunque. E buona parte» si potrà fare «con le risorse private, dando in concessione parti di Porto vecchio come già fatto con Greensisam». Di buono insomma rimane il progetto di riconversione. Che deve essere organico. Il Parco del mare con il mega-acquario? «Un progetto da approfondire», «coerente con il lavoro mirato allo sviluppo dell'attività turistica svolto in questi anni guardando anche al nuovo bacino» di potenziali visitatori, che supera i 70 milioni nella nuova Europa. Persone che, preciserà poi Illy al microfono del Centro di produzione tv regionale, potrebbero essere attratte da un sistema turistico regionale «equilibrato e integrato» tra mare e montagna.
Resta, ancora, l'ipotesi di eventuale ricandidatura di Trieste all'Expo. Ipotesi da non accantonare a priori, commenta Illy: come già accaduto a Saragozza, vincente ma alla sua seconda candidatura, anche Trieste potrebbe ritentare nel 2012 - prima data utile - sfruttando quanto già fatto. Quello della mobilità della conoscenza è stato un tema «che abbiamo forse proposto troppo in anticipo, ma che nel 2012 sarebbe di immediata comprensione, così come lo è oggi quello dell'acqua» (con cui Saragozza ha vinto). E a quel punto, conclude il governatore, «il progetto di riuso di Porto Vecchio dovrà tenere presente anche un'ipotesi di ricandidatura» che potrebbe rivelarsi il grimaldello utile a recuperare un'ulteriore porzione dello scalo...
Agire, dunque. E se qualche scintilla tra schieramenti continua ad accendersi (con il diessino Bruno Zvech che invita a non usare troppa fretta «per volere nascondere la sconfitta», e la finiana Alessia Rosolen che rimarca come «a perdere non è stato il Centrodestra, ma la città intera»), a prevalere - al momento - sembrano essere le buone intenzioni. Massimo Paniccia, presidente dell'Associazione piccole industrie di Udine nonché della Fondazione CrTrieste, invita a non «dare colpe» ma a «capire cosa si può fare per il recupero di Porto Vecchio che deve diventare attraente per la nuova Europa a 25». Rosolen, capogruppo di An, ribadisce che «non è il caso di drammatizzare» per un'Expo «che era un mezzo, non un fine». Sì al riuso di Porto Vecchio ma ricordando che «Trieste è strategica per i traffici, e che questa vocazione deve mantenere». In una nota intanto i consiglieri comunali che rappresentano l'anima cattolica forzista - in testa Paolo de Gavardo - dribblano le polemiche tra i senatori Camber e Antonione e provano a volare più alto annotando come, sulla scia dell'«entusiasmo» dimostrato da Trieste, il percorso del nuovo piano regolatore portuale «non deve assolutamente essere rinviato».
Rosolen replica che lo stop di questi mesi è stato dettato alla necessità di attendere il verdetto Expo per programmare il futuro. Ma certo, assolutamente inespresso, circola il timore che la mancata Expo si traduca nella stagnazione del riuso di Porto Vecchio. Che riemerga il nodo delle concessioni ai privati. Che si riaccendano le partite dei ricorsi. Che difetti un progetto organico (i socialisti con Gianfranco Carbone annotano come dopo la concessione a Greensisam e dopo la bocciatura dell'Expo sia ben «chiaro il disegno di chi senza vincoli può avviare la ristrutturazione di quattro capannoni storici»). Per questo, mentre l'Associazione porto franco internazionale con il suo presidente Francesco Alessandro Querci propone per il futuro «un piano di utilizzazione e valorizzazione in congruenza» con le caratteristiche di uno scalo il cui riuso «non rientra nelle competenze istituzionali» nemmeno del governo, «trattandosi di territorio internazionale», il diessino Zvech polemicamente richiede «un'idea complessiva» ai reggitori del Centrodestra. Il dopo-Expo è appena cominciato.
Paola Bolis