«Strangolin», ovvero un misto di stanga e maltempo tedesco

SI DICE Certe parole del nostro dialetto bastano da sole a far risorgere nella memoria degli anziani la Trieste d'un passato ormai remoto. Il sentir dire «strangolin» fa riveder loro il selciato - detto impropriamente «de Maria Teresa» per enfatizzarne la nobile vetustà - che un un tempo copriva strade e piazze del centro. Alcune di quelle pietre rettangolari disposte in diagonale e costellate da accenni di buchi, che le fanno somigliare a enormi fette di formaggio svizzero, sono tuttora al loro posto in qualche parte della città, ma al piacere di ritrovarle ben presto si aggiunge una delusione, perché al «dov'erano» non corrisponde il «com'erano» dei reperti custoditi con il dovuto rispetto. Infatti, oggi, i vecchi lastroni , anziché starsene ognuno nel proprio alveo e potersi muovere come cosa viva al passaggio di carri e carrozze, sono saldati fra loro con il cemento.
Quando, per l'assidua e accurata manutenzione del fondo stradale, l'intervento dello scalpello non era sufficiente, entrava in scena, a far da leva, «el strangolin» che, infilato nell'interstizio tra due lastroni, consentiva di estrarne uno dal terreno e metterlo ritto in piedi. Chiamiamolo pure, in buona lingua, sbarra o piè di porco, ma queste voci mai evocheranno il suono antico e squillante - ferro contro pietra, quasi un incontro tra due età primordiali - che echeggiava quando uno di quegli strumenti veniva gettato sul selciato della Trieste d'una volta.
Perché «strangolin»? Benché possa sembrare un vezzeggiativo di strangolatore, questa parola, nulla ha in comune con il mondo del crimine, essendo il diminutivo di «stranga», voce anch'essa alquanto strana del nostro dialetto, che deriva dall'incrocio tra la stanga nostrana e la tedesca «Schranke». Ma che ragione ebbe Schranke di varcar le Alpi per venirsi a ibridare a Trieste con un vocabolo banalissimo e, per di più, già d'origine gotica qual è stanga? Il fatto è che tra i due termini non c'era la cerchia alpina, bensì l'assai meno lontana cinta daziaria di cui «nullu homo vivente» ha più memoria, ma è tuttora ricordata dai toponimi Barriera vecchia e Barriera nuova.
Ed ecco spiegato l'incrocio di idiomi: Schranke significa per l'appunto barriera ed è facile congetturare che a riscuotere il dazio e a tirar su e giù la «stranga» ci fossero imperialregi doganieri di lingua tedesca. A scambiar qualche parola con loro in un giorno di maltempo si sarebbe appreso che al tipico modo di dire triestino «piovi strangolini» (dall'immagine degli scrosci d'acqua simili a strisce verticali) corrispondeva l'espressione di casa loro «Es regnet in Schnuren», piove a cordoni.
Lino Carpinteri