«Vent'anni dopo, in una fossa comune, ritrovai i resti di Edoardo»

Il 23 aprile altri 51 patrioti ed ostaggi italiani, sloveni e croati furono impiccati pubblicamente nella centralissima via Ghega, appesi alle finestre, alle ringhiere delle scale di palazzo Rittmeyer, oggi sede del conservatorio Tartini, allora Casa del Soldato per la Wehrmacht (Soldatenheim). Fu la rappresaglia per l'attentato compiuto nell'edificio in cui perirono 5 militari tedeschi. Esecutori materiali Ivan Ruskij e Mihailo.
Gli elenchi delle vittime, stesi con fatica nell'immediato dopoguerra, rivelano dati anagrafici essenziali: la loro provenienza da Trieste e dintorni, da Postumia, Fiume, Zara, Brestovica, ma anche da altre regioni italiane (Sicilia, Toscana); giovani idealisti attivi nella rete antifascista, come Laura Petracco, Marco Eftimiadi, Zara Grmek, disertori sfuggiti ai bandi d'arruolamento e per questo finiti al Coroneo, passanti catturati e rinchiusi solo perché trovati sprovvisti di documenti, adulti e giovanetti di varie categorie sociali.
Le tormentate vicende di queste terre non hanno consentito finora di ricostruire nei dettagli il profilo umano di ognuno, anche se, nel lungo dopoguerra, le delegazioni degli ex partigiani insieme ai congiunti si sono incontrate, al di qua e al di là del confine, per ricordare i propri caduti. Molte famiglie pervennero a dolorose verità solo a parecchi mesi di distanza dalla fine del conflitto.
Emblematico, a questo proposito, il caso di Edoardo Cavallaro, un siciliano di Roccalumera giunto a Trieste come marittimo. In un breve articolo uscito su «Il Giornale di Trieste» nell'aprile 1954 viene ricordato come un militante del CLN e per questo arrestato e tradotto al Coroneo, da cui uscì solo per affrontare l'esecuzione insieme agli altri cinquanta condannati.
La testimonianza inedita del fratello Augusto Cavallaro ci fa intuire il doloroso iter vissuto dai congiunti degli ostaggi, da famiglie tenute all'oscuro oltre che dell'esecuzione, del luogo di sepoltura dei loro cari. Fu proprio Augusto a denunciare alle Associazioni partigiane che le salme di via Ghega erano state inumate al cimitero di S. Anna, in una fossa comune. Nel 1965, durante l'esumazione dei corpi, egli riconobbe il fratello da un dente mozzato per una caduta da bicicletta e per un crocefisso che portava: «All'epoca dell'impiccagione Edoardo aveva 29 anni (classe 1913). Quando venne arrestato in via Ghega, subito dopo l'attentato, mentre stava passando per la via, venne portato alle carceri del Coroneo. La madre Giovanna corse a portargli della biancheria ma in carcere le dissero che Edoardo era partito per la Germania. Terminata la guerra (i parenti ignoravano che egli fosse stato impiccato in via Ghega), cominciò la lunga attesa di un suo ritorno. La madre e la moglie avviarono ricerche scrivendo anche al Vaticano. Ma un giorno, recatesi alla Croce Rossa Jugoslava che aveva sede in piazza Oberdan, appresero la triste verità. Il suo nome con i dati anagrafici era nell'elenco degli impiccati di via Ghega. Un vigile del fuoco presentatosi a casa di Augusto gli raccontò di aver tirato giù il corpo di Edoardo che era esposto proprio ad una delle finestre dello stabile di via Ghega. Aveva taciuto per non provocargli un trauma. Augusto mostrò una foto di Edoardo al proprietario di un bar all'angolo di via Ghega e questi confermò di averlo visto impiccato alla finestra. Avendo saputo che i corpi erano stati sepolti in una fossa comune al cimitero di S. Anna, Augusto fece una piccola targa con un vaso di fiori. Anche altri parenti delle vittime fecero la stessa cosa di loro iniziativa. Il giorno di questa spontanea cerimonia, si svolse lì vicino il funerale di 5 partigiani ed essi preferirono andarsene. Tornati la domenica successiva non trovarono più la targa: era stata sepolta nella terra. Si recarono alla redazione de "Il Giornale di Trieste" e raccontarono i fatti. Ci fu anche un articolo sul giornale».
Arruolatosi nella Guardia Civica, Augusto Cavallaro prese parte all'insurrezione del 30 aprile. Con Silvio Bacchelli, armato di «Panzerfaust», per ordine del CLN, si portò al deposito d'acqua di Gretta presso il Faro della Vittoria dove c'era un presidio tedesco a cui fu intimata la resa. Il comandante tedesco rifiutò, dichiarando che si sarebbe arreso solo alle truppe alleate, ma un soldato tedesco gli sparò uccidendolo. Portarono i tedeschi in una caserma a Roiano. In caserma uno dei tedeschi regalò ad Augusto una macchina fotografica e un binocolo, ma il comando jugoslavo glieli sequestrò, come bottino di guerra.
m.ros.