Quell'esodo in Jugoslavia dei 2000 «monfalconesi» rivive nel libro di Berrini

All'inizio del '47 duemila operai dei Cantieri di Monfalcone lasciano il lavoro, le case e l'Italia: la loro destinazione non è lontano: poco oltre la frontiera. È Fiume, in Jugoslavia, dove vogliono contribuire - da bravi militanti comunisti - a costruire il socialismo. Una scelta precisa, ideologica: molti hanno fatto la Resistenza con le Brigate partigiane e se il «sol dell'avvenire» in Italia stenta a sorgere, a pochi chilometri, splende radioso. O almeno così credono. La vicenda torna d'attualità oggi con un libro di Andrea Berrini intitolato «Noi siamo la classe operaia» (Baldini, Castoldi Dalai).
Attenzione, però, quei duemila non sono dei sognatori e, nelle difficoltà dell'Italia del dopoguerra, non è affatto la mancanza di lavoro a motivarli. È classe operaia, ben conscia di esserlo. Alcuni sono quadri sindacali tanto che una volta arrivati a destinazione - si avviano al porto di Fiume cantando l'Internazionalè e Bandiera Rossa - saranno eletti rappresentanti sindacali dei cantieri 3 Maggio (data della cacciata dell'occupante nazista dalla Jugoslavia). Alla fine del 1948 - quasi due anni dopo - gran parte di quegli operai, in una sorta di controesodo, è già rientrata in Italia: il sogno si è infranto e per alcuni si è addirittura trasformato in incubo. Chi è ancora vivo oggi, ricorda così quei giorni: «Tornavamo con le orecchie basse e gli occhi a terra». Tutto nasceva dalla rottura dei rapporti tra Stalin e Tito: nel giugno 1948, il Cominform, che raccoglieva tutti i partiti comunisti del mondo, di stretta osservanza stalinista, aveva scomunicato Tito e il Pc jugoslavo. Molti degli operai di Monfalcone che si trovavano a Fiume erano iscritti al Pci e si schierarono con Stalin. Fu la loro fine: giunti da eroi socialisti si trasformarono in nemici. I più attivi - scrive Berrini - furono arrestati e rinchiusi per anni nei campi di detenzione jugoslavi («Qualcuno non tornò mai»). Tra questi, il gulag di Goli Otok, piccola isola del Quarnaro, di cui parlò per primo Claudio Magris in un articolo nel '90 sul Corsera.
Berrini ha rintracciato e intervistato i superstiti di quell'avventura: «Quando raccontano - scrive - questi anziani sono sfavillanti. Radioso più che l'avvenire, è il loro passato. Sono belli per il disincanto, la saggezza...». «Io non so se abbiano avuto ragione o torto, nel febbraio del 1947. So - scrive ancora Berrini - che l'esperienza dalla quale in un modo o nell'altro sono riusciti a venire fuori, li fa più belli oggi».