«Grande Aracri non è mafioso Macché capo, è un disperato»

Tiziano SoresinaBOLOGNAPassaggio giudiziario di quelli attesi ieri nel filone processuale dei riti abbreviati legati all'operazione antimafia Grimilde della Dda di Bologna, esplosa nel giugno dello scorso anno e con Brescello nel mirino.Nell'aula bunker del carcere bolognese della Dozza sono risuonate, infatti, per tre ore e mezza le parole dell'avvocato Giuseppe Migale Ranieri che difende una delle figure di primo piano di questo procedimento, cioè il 40enne Salvatore Grande Aracri che con il padre Francesco è ritenuto al vertice del clan, da qui la dura richiesta di pena (20 anni di reclusione) avanzata dal pm Beatrice Ronchi. Sono diversi gli episodi contestati dall'accusa: Salvatore, tramite colloqui col padre detenuto, avrebbe veicolato informazioni e scambi di contatti tra affiliati; avrebbe svolto il ruolo di prestanome (c'è un lungo elenco di intestazioni fittizie) per le società del padre; avrebbe tenuto contatti con il boss Nicolino, suo zio, partecipando a un vertice nel 2011 in occasione della sua scarcerazione; avrebbe svolto azioni estorsive sotto forma di recupero di crediti.A tutto ciò ha replicato con forza l'avvocato Migale Ranieri, soffermandosi a lungo sull'associazione mafiosa (inquadrata dagli inquirenti in 15 anni d'attività illecita, fra il 2004 e il 2019), per dimostrare che il suo assistito non ne faceva parte: «Il nome di Salvatore non compare mai nelle tante operazioni antimafia susseguitesi in questi anni, nemmeno prima nel 2002 con Edilpiovra quando venne colpito il padre, ma non lui, eppure aveva già 23 anni ma non c'è. E che capo è uno che viene intercettato mentre chiede mille euro per poter mangiare? In realtà lui voleva andarsene da Brescello, troncare, cambiare cognome, come si desume dalle intercettazioni. Più che un capo è un disperato». Poi il difensore sposta il tiro sui pentiti: «Hanno fatto di tutto per essere creduti, ma non vi sono riscontri su quello che dicono. Lo indicano persino in un giro di stupefacenti a Milano nel 2017: in quel periodo era intercettato e non emerge nulla. Giglio parla delle false fatture come business della cosca, ma di Salvatore non ne parla, è fuori da quel fiume di soldi».E le società come prestanome? «Come dimostrato in un altro processo, non era lui il proprietario della discoteca Italghisa, mentre con le altre società ci ha lavorato e sodo, per portare il pane a casa». --© RIPRODUZIONE RISERVATA