Silipo si difende in aula In settimana prevista la requisitoria del pm

Ambra Prati / REGGIO EMILIAUltimi interrogatori chiesti dagli imputati, ieri a Bologna, nell'ambito del processo Grimilde, allestito dalla Dda nel giugno scorso sulla cosca di 'ndrangheta con epicentro a Brescello, presunti promotori Francesco Grande Aracri (fratello maggiore del boss di Cutro Nicolino) e i figli Paolo e Salvatore. Sono 22 gli imputati che hanno scelto il rito abbreviato e che quindi possono chiedere il confronto, come ha già fatto Salvatore. In settimana, tra mercoledì e giovedì, è prevista la requisitoria finale con le richieste di condanna del pm Beatrice Ronchi. Ieri hanno fornito la loro versione dei fatti due figure di rilievo in Aemilia: l'imprenditore edile 50enne Antonio Silipo (condannato, con rito abbreviato, a 14 anni di reclusione) e il commercialista 47enne Donato Agostino Clausi (per lui in rito abbreviato 10 anni e 4 mesi). Silipo, difeso dagli avvocati Francesco Saggioro del foro di Parma e Davide Martinelli di Reggio, è accusato di usura aggravata dal metodo mafioso: fra il febbraio 2013 e il marzo 2014 avrebbe fatto un prestito di 50mila euro a due coniugi (titolari di due società) per poi farsi corrispondere non solo quella cifra, ma anche interessi usurari per 33.900 euro. Ad incastrare Silipo delle telefonate minacciose: «Io poi da là in poi ve la vedete direttamente con loro, ve la vedete, perché poi io giustamente mi sono stufato di prendere cazziatoni»; «Vedete come dovete fare, perché io sto avendo pressione, vedete, vedete». Collegato in videoconferenza dal carcere l'imputato, che ha respinto categoricamente l'usura, ha spiegato che quelle telefonate volevano solo spaventare il conoscente per indurlo a pagare un prestito che gli era stato chiesto e mai più restituito; secondo Silipo quei 33.900 euro erano l'Iva che le parti avrebbero recuperato dallo Stato. È accusato di intestazioni fittizie Donato Clausi, il commercialista coinvolto in diversi procedimenti penali contro la 'ndrangheta scaturiti dallo sviluppo di Aemilia tra i quali "Camaleonte" a Venezia. Al professionista viene attribuita l'intestazione fittizia (il 2 febbraio 2012) della titolarità di due società di autotrasporti (una con sede nel Mantovano, l'altra a Gualtieri) a prestanome disposto dall'effettivo titolare, Luigi Muto classe '74, «per eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali». Clausi, difeso dall'avvocato Fausto Bruzzese, ha dichiarato che il trasferimento di quote societarie - possibile davanti ad un notaio o davanti ad un commercialista di fiducia com'era lui - non gli sembrò strano, visto che Muto all'epoca era finito in carcere per bancarotta fraudolenta di un'altra società: il passaggio di quelle quote societarie alla moglie era giustificato e a suo avviso non c'era quella finalità elusiva delle misure patrimoniali che invece è alla base del reato contestato. --© RIPRODUZIONE RISERVATA