«Grande Aracri va assolto è estraneo ai delitti del '92»

REGGIO EMILIA «È incontroverso, perché ce lo dicono le sentenze, che Nicolino Grande Aracri è un appartenente alla 'ndrangheta in posizione apicale». Né «si può tacere del suo particolare modus vivendi». Ma per gli omicidi reggiani del 1992 di Giuseppe Ruggiero e Nicola Vasapollo deve essere assolto. Sono in sintesi le conclusioni dell'arringa dell'avvocato difensore Filippo Giunchedi, uno dei due legali (l'altro è Gianluca Fabbri) di Grande Aracri nel processo partito circa un anno e mezzo fa come costola del maxi processo Aemilia, che ha riaperto il cold case dei delitti di 28 anni fa. PUNTA I GIUDICI POPOLARIGiunchedi ha parlato per circa un'ora e mezza e, prima di entrare nel merito delle tesi dell'accusa (che ha chiesto l'ergastolo per il suo assistito e altri tre imputati) si è rivolto a lungo ai membri popolari della Corte d'assise per ricordargli l'importanza del loro ruolo e spiegare - da docente universitario qual è - i fattori giuridici che intervengono nella formazione di una sentenza «da cui dipende la vita delle persone». In punta di diritto, secondo Giunchedi, le fattispecie «dominanti» che emergono nei due omicidi a carico di Grande Aracri sono quindi quella della «prova indiziaria» nel caso di Vasapollo e della «chiamata in correità» per il delitto Ruggiero vale a dire, a suo modo di vedere, «due prove deboli e insidiose». Rispetto alla grande quantità di materiale probatorio depositato dal pm Beatrice Ronchi, inoltre, il difensore non ne mette in dubbio la solidità ma il punto, dice, «è come sono interpretati».E da questo punto di vista, «questo processo ci lascerà molti dubbi». VECCHIE SENTENZEPer «smontare» l'impianto accusatorio, Giunchedi si rifà poi alle vecchie sentenze emesse in relazione ai fatti di sangue dibattuti. In particolare a quella di secondo grado della Corte d'assise d'Appello di Bologna che nel 1997 condannò per i due omicidi Raffaele Dragone (nipote del vecchio boss Antonio Dragone) tuttora detenuto) e Domenico Lucente (suicida in carcere), e quella dell'ottobre del 2018, in rito abbreviato, in cui alla luce delle rivelazioni dei collaboratori di giustizia, sono stati condannati uno di loro (Antonio Valerio che si è autoaccusato) e il numero uno della cosca a Reggio Emilia, Nicolino Sarcone. Giunchedi fa presente che «la sentenza di Appello è ferma nel delineare come lo scopo dei due omicidi fosse il narcotraffico, cioè si parla di droga» e non quindi di «una egenomia di Nicolino Grande Aracri in Emilia-Romagna e in particolare nel Reggiano». Mentre l'omicidio di Pino Lagrotteria, che secondo il pubblico ministero avrebbe dato inizio ad una guerra tra clan «è considerata una delle ipotesi alternative che viene esclusa fermamente, quando i giudici scrivono che "è priva di qualsiasi elemento probatorio che la possa suffragare"», aggiunge il legale. A questo proposito Giunchedi fa anche notare che il suo assistito «non è al suo primo processo ed è già stato coinvolto in un processo per narcotraffico (il processo Cane Rosso a Bologna, ndr)», ma «non ha mai subito una condanna». Per Nicolino Grande Aracri, quindi «le sostanze stupefacenti non hanno rilevanza, ce lo dicono le sentenze e i processi». «NON è UN BOSS»In altri passaggi l'avvocato punta a ridimensionare la caratura di boss attribuita all'imputato: «In Aemilia rispondeva di incendio, intermediazione fittizia e riciclaggio, con l'aggravante di voler agevolare le cosche, ma non c'è nessuna ipotesi associativa. Addirittura per alcuni di questi reati è stato pure assolto». E ancora, nel recente processo Grimilde, «Grande Aracri si trova a rispondere di un'ipotesi di insolvenza fraudolenta e truffa e di un'ipotesi di una truffa al ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, anche queste con l'aggravante, ma attenzione anche qui non risponde di associazione a delinquere di stampo mafioso». È vero invece che è stato condannato per associazione a delinquere a Cremona e in altri processi, ma sia nelle sentenze più recenti che in quelle più datate «l'egemonia 'ndranghetista di Nicolino Grande Aracri non è emersa». Nello specifico dei due omicidi, poi tutti gli atti giudiziari, attribuiscono all'imputato il ruolo di «organizzatore» e non anche (come si sostiene nell'attuale processo) di mandante. Quanto agli «slanci» di Grande Aracri, che spesso in dichiarazioni spontanee si è scagliato contro i giornalisti, per Giunchedi sono «comprensibili per una persona che viene attinta di gravi responsabilità da altre con cui dichiara di non aver avuto rapporti». Inoltre, tutte le sue dichiarazioni sono state «asseverate con dei documenti». LA COLLABORAZIONEIn merito ai collaboratori di giustizia nell'arringa si esprimono dubbi sulla loro attendibilità. «Solo Valerio è una fonte diretta, Angelo Salvatore Cortese e Giuseppe Liperoti, che all'epoca era poco più che un bambino, raccontano quello che hanno sentito». È poi «legittimo iniziare a collaborare per avere degli sconti di pena» insomma, dice Giunchedi, tornando a rivolgersi ai giudici popolari «il vulnus di questa difesa è quello di non dare una chiave di lettura su come siano andati i fatti, ma noi abbiamo messo dei paletti in ordine ai quali voi dovrete muovervi e sono invalicabili perché sono delle certezze, per cercare di ragionare e capire se asseverare o meno l'ipotesi dell'accusa». Conclude: «Io ritengo che l'interpretazione giurisprudenziale, quindi l'aspetto tecnico di questa discussione e i dati oggettivi portati impongano una sentenza di assoluzione per entrambi gli omicidi». --© RIPRODUZIONE RISERVATA