«Soldi riciclati per comprare le Ferrari»

di Enrico Lorenzo TidonawREGGIO EMILIA«Pino Giglio? È partito con una Fiat Uno e poi si è trovato con una Ferrari». «Palmo Vertinelli? È stato la cassaforte della cosca ma non è proprietario nemmeno di una bicicletta: è tutto di Grande Aracri». La grandeur degli anni passati è ricordata certamente con rammarico dagli imputati di Aemilia: basta guardare le foto ricordo che li ritraggono con le loro fuori serie. Tutti a Montecchio ricordano infatti il rombo della Ferrari 430 che i fratelli Palmo e Pino Vertinelli avevano comprato nel 2005 al prezzo di 144mila euro (intestata alla ditta Ediliza Vertinelli srl di Montecchio). Un proiettile rosso che scuoteva le finestre delle case nella Val d'Enza quando passava, emblema della fortuna costruita dai due imprenditori giunti da Crotone. Un'età dell'oro riportata alla mente dei diretti protagonisti dal pentito Vincenzo Marino, sentito ieri in udienza. La sua voce è squillante e irrompe durante il processo Aemilia nell'aula speciale di Reggio Emilia, città «dove è attivo un corpo di 'ndrina che fa riferimento a Nicolino Grande Aracri di Cutro», conferma Marino.La sua è una voce che giunge però da lontano, da un sito protetto collegato in video all'aula del tribunale reggiano. Marino, infatti, fino al 2007 è stato membro apicale della cosca Vrenna-Corigliano-Bonaventura, egemone su Crotone, per la quale lui comandava il gruppo di fuoco. Poi è diventato collaboratore di giustizia, l'ultimo che viene sentito nel lungo processo contro le mafie al nord, ormai alle battute finali. Quello che piazza Marino a parole, però, è un colpo che tiene alta la tensione narrativa dentro l'aula, con gli imputati passati dai fasti a cielo aperto degli anni Duemila all'ascolto dentro le celle di quell'epopea criminale.«Con il boss Nicolino Grande Aracri siamo parenti - dice Marino del quale si vedono sugli schermi solo la nuca, i tatuaggi e il grande orologio al polso - con lui abbiamo avuto rapporti di tutti i tipi, dal narcotraffico agli omicidi. Le nostre cosche erano alleate. Ci si sedeva al tavolo per decidere chi doveva morire. Ma la nostra non era solo un cosca, era una famiglia. Io ero come il ministro della difesa: mi occupavo di attaccare le altre famiglie e difendere la mia con il gruppo di fuoco». Il pentito viene sentito dal presidente del collegio, Francesco Caruso, che lo ha chiamato a deporre per avere conferme del contesto criminale tra gli esponenti della «locale» cutrese attiva a Reggio e le imprese locali. Marino parla di fatti e decisioni alle quali aveva preso parte direttamente, facendo il nome di Nicolino Sarcone quale capo a Reggio Emilia e di Michele Bolognino come sodale al nord. «Io trattavo direttamente con gli squali» dice al collegio dei giudici. Ecco allora che tira in ballo le fortune di Giuseppe (Pino) Giglio, primo pentito nel processo Armilia («Aveva una ditta di camion, poi ha cominciato a fare fatture di cose che manco esistevano e ha fatto tanti soldi»). Poi Palmo Vertinelli: «È la cassaforte di Nicolino mano di gomma (appellativo del boss Grande Aracri, ndr)». Per Marino, chi lavorava al nord era «una lavatrice di Grande Aracri», dove gli affari «li gestiva il fratello Franco Grande Aracri (in realtà Francesco, quello di Brescello, ndr). I soldi ci tornavano indietro tramite ditte edili che aveva Franco. Venivano poi reinvestiti». Un circuito in grado di moltiplicare valori immensi: «I soldi che entravano alla cosca Grande Aracri potevano dare fastidio al Pil italiano», azzarda Marino, «per questo volevamo bene a Nicolino. Lui era un giocatore di serie A: aveva un cervello. I soldi andavano a tutti». Il pentito invece ha una parola per tutti: parla degli ex sodali come criminali incalliti, addirittura «dei luciferi». Poi inquadra la figura di Antonio Muto, «quello di Capocolonna, che ha la sede della ditta a Gualtieri. I soldi glieli davamo noi da investire, lui ce li lavava». Antonio Muto (classe 1971), anch'egli conosciuto tra gli appassionati delle fuoriserie, perché viaggiava dalla Bassa reggiana al Crotonese con la sua Ferrari 430 cabrio. Auto segno del successo. Tra gli amici degli imputati c'è chi ricorda distintamente la Lamborghini Lp 640 di Selvino Floro Vito, che gli fu anche rigata con scritte ingiuriose. Fino a giungere alle parole di Hermes Ferrari, teste sentito sempre ieri a processo per la frequentazione con l'imputato Antonio Valerio: «Dovevamo prendere due Ferrari a noleggio a Pistoia per un weekend. Ma poi si è trasformata in una tentata estorsione».