La bomba a Ferrara e il giornalista da uccidere

REGGIO EMILIATra i racconti intrisi di dettagli, il pentito ex 'ndranghetista Vincenzo Marino - che ha cominciato a collaborare nel 2007 - ha sparato anche diversi fuochi d'artificio che sono virtualmente esplosi nell'aula senza essere ulteriormente circostanziati.«Dovevamo mettere anche una bomba grossa a Ferrara» ha detto con nonchalance Marino per cercare di far capire ai giudici della corte la portata delle decisioni che venivano prese da lui e dagli altri vertici del clan affiliato ai Grande Aracri. A rischiare ipoteticamente la vita sarebbero stati in tanti, secondo il pentito. Tra questi anche imputati eccellenti al processo. Nel 2002 anche Palmo Vertinelli rischiò di morire. La cosca ne decretò in una riunione l'esecuzione perché l'imprenditore calabrese residente a Montecchio, incaricato di gestire gli investimenti del sodalizio, aveva sgarrato. In particolare, «mancavano alcuni immobili» che Vertinelli avrebbe dovuto acquistare e poi vendere. Il retroscena lo svela il pentito Vincenzo Marino, parente del boss di Cutro Nicolino Grande Aracri, che si offrì personalmente di svolgere l'incarico. Dalla sua deposizione di ieri mattina in aula emergono poi altri due episodi a tinte fosche. Marino riferisce di un incontro in un capannone di Gualtieri per parlare di «un giornalista che dava fastidio. Dovevamo sistemare questo giornalista se avesse ancora rotto le scatole», spiega il pentito, pur non ricordando il nome del cronista. Ancora più cupa un'altra circostanza resa nota, quella avvenuta nel Reggiano (Marino non ricorda se nel comune capoluogo o in provincia) dove era sorto un problema «forse con un assessore o con uno che comunque firmava gli atti regolatori» (probabilmente i piani regolatori, ndr).Nulla di grave per la cosca perché, afferma il collaboratore di giustizia, «o mette la firma o questo lo ammazziamo e la firma la mette un altro». Marino ha poi confermato che all'interno dell'associazione malavitosa distaccata in Emilia era possibile ottenere una sorta di «statuto speciale» per chi poteva godere di più autonomia rispetto alla casa madre.Dell'altro pentito, Antonio Valerio, Marino dice di non averlo mai conosciuto. I lavori dell'udienza hanno visto la testimonianza anche di Hermes Ferrari, protagonista secondo Antonio Valerio di una serie di truffe con vini e pellami. Ferrari ha respinto le accuse. Hanno poi rilasciato dichiarazioni spontanee, per dichiararsi innocenti, gli imputati Moncef Baachaoui e Luigi Serio. Quest'ultimo, geometra in una ditta di Giuseppe Giglio, non solo si è dichiarato vittima di un caso di omonimia ma, per dimostrare di non essere colluso, ha riferito di aver subito anche minacce. «Ti porto in capannone e ti spacco in due come una capra», gli avrebbero detto.©RIPRODUZIONE RISERVATA