«Scarpino mi portò subito da Delrio...»

di Tiziano SoresinawREGGIO EMILIAFatica a delineare chiaramente i collegamenti a Reggio fra alcuni dipendenti del Catasto e la criminalità organizzata, comunque in due ore di deposizione l'ex direttore Potito Scalzulli "dipinge" come da incubo i tre anni (2009-2012) in cui ha lavorato nell'organismo reggiano.Venne presentato appena arrivato all'allora sindaco Graziano Delrio dal consigliere comunale del Pd Salvatore Scarpino (pure dirigente regionale del Catasto) che fece «gli onori di casa» dicendo al primo cittadino che «di lui ci si può fidare». L'incontro, avvenne in Sala del Tricolore tra l'aprile e il maggio del 2009 (quando Delrio era in piena corsa elettorale per la rielezione) e durò una decina di minuti. «Con il senno di poi - riferisce il testimone - ho capito che l'impressione che si voleva dare era che con me al Catasto non sarebbe cambiato nulla». C'è poi un altro politico chiamato in ballo da Scalzulli, cioè il deputato del Pd Maino Marchi, a cui si rivolse chiedendo aiuto per denunciare le irregolarità scoperte nell'ufficio che dirigeva. «Con Marchi avevo un lungo rapporto perché stavamo lavorando ad una normativa antimafia da presentare in Parlamento». Nella ricostruzione fatta da Scalzulli in Commissione antimafia era stato poi Marchi a spiegargli che il "sistema Catasto" fosse determinante per l'equilibrio politico di Reggio. Una ricostruzione che Marchi nega con forza, annunciando l'intenzione di passare alle vie legali.Poi su quello che trovò a Reggio arriva un racconto da brividi dell'ex direttore. Dice di aver scoperto 22 casi di capannoni industriali («Ma sarebbero centinaia») - l'ultimo dei quali scoperto personalmente, mentre gli altri 21 erano finiti in un'indagine della Procura archiviata per prescrizione - in cui la rendita catastale era stata modificata al ribasso procurando così un vantaggio fiscale ai proprietari degli immobili. Irregolarità che Scalzulli denunciò con esposti ai suoi superiori regionali e nazionali. In risposta questi ultimi non solo non lo presero in considerazione, ma gli consigliarono di smetterla. Le misure di riorganizzazione che il direttore mise in atto per arginare la gestione «promiscua», «inadeguata» e «autonoma» (da parte degli addetti) di accettazione delle pratiche edilizie, portarono ad una campagna diffamatoria nei suoi confronti, contrassegnata prima da una serie di lettere anonime che lo accusavano di peculato e abuso d'ufficio, per culminare con minacce ai suoi figli. Racconta che non era applicata la procedura di accettazione informatica delle pratiche, che i cittadini consegnavano «de visu cartacee ai tecnici che davano un'occhiata e le passavano» e «addirittura un passaggio preventivo, informale, per vedere se potevano sorgere problemi».Poi «non c'erano capi reparti e «la gestione delle procedure era lasciata alla responsabilità dei singoli». In più l'ufficio era suddiviso in diverse «correnti» unite «non da intenti di mansioni ma da affinità personali se non geografiche». In particolare «il 10% dei dipendenti (6 persone su 56) erano di Cutro ed erano spesso assieme», mentre sei di loro (fra cui Scarpino) sono stati coinvolti nella citata indagine sull'abbattimento della rendita catastale di capannoni poi finita in prescrizione. Citato anche Renato Maletta che per un periodo fu il segretario dell'associazione sportiva con base nel maneggio abusivo di Cella, realizzato dall'imputato di Aemilia Pasquale Brescia con i fratelli.Tra gli illeciti riscontrati dal direttore anche la cancellazione di alcune pratiche informatiche - anche con accessi notturni al sistema del catasto - da parte di un dipendente e la discussa classificazione come «casa di lusso» di due villette a schiera costruite da una ditta edile calabrese.Scalzulli tira le somme: «Quando procedetti alla riorganizzazione dell'ufficio, questo dette davvero fastidio: era come se avessi rotto una sorta di equilibrio interno». Contro il dirigente partirono così almeno 5 lettere anonime in cui veniva accusato di peculato (per aver fatto costruire una doccia, ndr) e abuso d'ufficio, con la minaccia di segnalare il tutto alla Corte dei conti. E punta il dito anche contro i suoi ex superiori che non lo sostennero, rimarcando che sia stato perfino costretto a firmare una dichiarazione in cui ammetteva di aver fatto costruire la doccia ad uso privato.©RIPRODUZIONE RISERVATA