«Rischio-clan: mi chiamò Brescello nel '92»

REGGIO EMILIA«Venni per la prima volta qui, a Brescello, nel 1992, perché l'allora segretario del Pci locale aveva letto il mio primo libro sulla 'ndrangheta e mi chiese di fare una conferenza. Ma, lo confesso, allora non sapevo e non immaginavo di Grande Aracri e di quanto emerso dopo». Ha parlato per tre ore - ieri nell'aula-bunker - lo studioso Enzo Ciconte. Una testimonianza di carattere storico-culturale, non sempre in linea con i riscontri attuali, concreti e stringenti imposti per la formazione delle prove in un processo penale.Tant'è che quando al termine un avvocato difensore gli chiede perentoriamente chi sia il capo della 'ndrangheta a Reggio, il professore replica: «Lo chiede a me? Ci sono i pm...». Ciconte ha raccontato il suo lavoro («Basato sui documenti che cito sempre nei miei scritti, mai su testimonianze verbali») e di una 'ndrangheta magmatica, che cambia. Come cambiano la società, l'imprenditoria, la politica, ha detto rispondendo al presidente Francesco Caruso, che gli chiede come sia stato possibile che una terra di Resistenza che ha sconfitto il nazifascismo non sia stata in grado di riconoscere e respingere le mafie. «I mafiosi inviati qui al confino non avevano bisogno di nascondersi, ma la 'ndrangheta produce pochi morti, episodi eclatanti, perché non ama e non le conviene destare allarme sociale. Questi mafiosi mostrano la carta d'identità quando serve ad intimidire, altrimenti tendono a rendersi non riconoscibili, a condurre una esistenza ordinaria, che può ingannare. E d'altra parte le cosche locali hanno sì una autonomia operativa, ma non possono permettersi gesti clamorosi senza il consenso della casa madre, in Calabria». Poi si sofferma su un caso particolare: «A Reggio Emilia viene fuori una figura che è stata molto sottovalutata, Paolo Bellini. In carcere ha conosciuto Gioè della cupola di Cosa Nostra e Vasapollo che faceva parte della 'ndrangheta reggiana. Quando è uscito dal carcere è sceso in Sicilia per recuperare quadri scomparsi a Modena. Gioè era in contatto con Brusca e Riina... Non ho capito perché nessuno ha seguito Bellini che scende per recuperare i quadri, ne sarebbero uscite tante di cose».(a.s.)