Nei guai anche la moglie e il fratello di Muto

REGGIO EMILIAHanno intestato ad altri le loro società per scappare alla giustizia. È l'accusa che rientra nell'inchiesta Stige e che riguarda anche la famiglia di Salvatore Muto, collaboratore di giustizia del processo Aemilia, sfiorato nel nuovo procedimento contro la 'ndrangheta partito ieri con 169 arresti. Muto è citato nell'inchiesta Stige con la moglie Maria Aiello, 37enne residente a Corte de' Frati a Cremona, ora agli arresti domiciliari perché intestataria di società ma considerata una semplice testa di legno. Agli arresti in carcere anche Carmine Muto, 32 anni, fratello di Salvotore, assieme a Luigi e Santino Muto. Questi tre sono accusati di aver creato una serie di operazioni societarie intestate a terze persone ma di fatto riconducibili a loro stessi. Persone tutte indiziate di appartenere all'associazione di tipo mafioso di matrice 'ndranghetistica o comunque sodali dell'associazione di 'ndrangheta legata ai Farao-Marincola di Cirò Marina, «al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di prevenzione patrimoniale, nonché in materia di sequestro e confisca di proventi riconducibili ad associazioni di tipo mafioso». I tre Muto avevano costituito, la società "Magisa srl", con sede legale a Cremona, che opera nel settore della costruzione di edifici attribuendone fittiziamente la proprietà a Maria Aiello, la quale detiene il 98% delle quote sociali mentre il rimanente 2% risulta di proprietà del marito Salvatore Muto. La società costituita nel 2009 ha subito nel tempo avvicendamenti considerati fittizi. Le società di Carmine e Salvatore Muto erano finite più volte nel mirino, l'ultima nel maggio del 2017 quando un altro collaboratore di giustizia, Paolo Signifredi, ha dichiarato che Salvatore era persona appartenente al clan di Nicolino Grande Aracri e gestiva al nord Italia la spartizione dei proventi derivanti dall'assegnazione di appalti pubblici ad imprese rientranti nella sfera criminale della cosca cutrese.