«La lettera a Vecchi non era intimidatoria»

REGGIO EMILIAToni e contenuti inadeguati che possono comprensibilmente aver preoccupato il sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi, ma non intimidazioni di tipo mafioso. È la conclusione a cui è arrivato il gup del tribunale di Bologna Alberto Gamberini che a luglio ha assolto, in uno dei filoni del maxi processo Aemilia, il detenuto Pasquale Brescia e l'avvocato Luigi Antonio Comberiati, difesi dagli avvocati Gregorio Viscomi e Gianluca Malavasi e accusati di minacce per la lettera indirizzata al primo cittadino e recapitata il 1° febbraio 2016 all'edizione reggiana del Resto del Carlino dal legale. Nello stesso processo, in abbreviato, erano arrivate otto condanne per altri reati.La Dda di Bologna già ha impugnato le due assoluzioni. Il giudice, nelle motivazioni della sentenza, ricostruisce come Brescia, accusato di associazione di tipo mafioso nel filone principale, quando fu interrogato negò di aver voluto minacciare Vecchi, ma disse che voleva solo esprimere il suo disappunto per come il sindaco si era comportato con la comunità di origine cutrese, residente a Reggio Emilia: per questo lo invitò a dare le dimissioni. Nonostante «una lettura attenta e ripetuta del testo», per il gup, a questo non si può attribuire «in modo inequivocabile un significato minaccioso, neppure in senso indiretto o allusivo». Non ci sono dubbi che una missiva del genere «sia per i toni che per i contenuti completamente inadeguati», sia per la provenienza, possa aver provocato nel sindaco «uno stato di turbamento e forse anche di timore».Tuttavia questo, prosegue la sentenza, «non porta necessariamente a concludere che si tratti di una lettera dal carattere intimidatorio». Dire come ha fatto la Procura che la lettera è minatoria perché avrebbe trasmesso a Vecchi «il chiaro messaggio di non essere una persona gradita al gruppo 'ndranghetistico» è «un'esegesi delle intenzioni dell'autore assolutamente legittima e plausibile», ma con pari dignità a quella della difesa degli imputati «che al contrario legge la missiva in chiave di forte critica "politica" all'operato del sindaco, che avrebbe omesso di difendere centinaia di cittadini della sua città, discriminati esclusivamente per ragioni di provenienza geografica». Chiaro che Pasquale Brescia «perseguendo astutamente il fine ordito dal sodalizio mafioso, abbia finto di accomunare le vicende di centinaia di lavoratori cutresi colpiti dalla crisi e dalla carenza di lavoro» con i destinatari di provvedimenti giudiziari e amministrativi dell'antimafia, tuttavia le espressioni utilizzate non appaiono riconducibili «alla prospettazione di un male ingiusto». ©RIPRODUZIONE RISERVATA