«Chi non è accusato non deve provare la propria innocenza»

Il 3 dicembre il direttore della Gazzetta ha indirizzato una lettera aperta a Luca Vecchi: "Sindaco, dica una parola definitiva". Il riferimento era alle dichiarazioni dei pentiti del processo Aemilia che, da tempo, tirano in ballo il primo cittadino e sua moglie. Il direttore aveva chiesto a Vecchi di sciogliere i dubbi sulle illazioni per il bene della città. Il sindaco risponde con questa nota. A tre anni circa dall'evidenza del caso Aemilia la città si trova alle prese con alcuni passaggi importanti. Da subito le istituzioni hanno fatto sentire il loro appoggio al lavoro meritorio della magistratura, e stanno continuando a farlo. La costruzione dell'aula in città, fatto non scontato, è sotto gli occhi di tutti e di ciò va dato merito a tanti, Regione e Comune in testa.Non di meno altri atti di notevole rilievo a livello amministrativo maturano giorno per giorno in termini di applicazione dei protocolli - settimane, mesi di lavoro in silenzio - di verifiche, segnalazioni: azioni che hanno dietro uomini, professionalità, sacrifici. Contemporaneamente si realizza nel quotidiano una fortissima collaborazione interistituzionale su questo piano, mentre attraverso il rapporto con Libera, le associazioni impegnate, la scuola e i corsi di formazione anticorruzione per i dipendenti pubblici e privati si compiono altri fondamentali passi in avanti. Al tempo stesso, di fronte alla narrazione esterna rispetto a quanto accade nelle sedi processuali si avverte talora la necessità di una maggiore consapevolezza, e di una doverosa presa di distanza, per evitare di subire la "fascinazione perversa" di una sorta di subalternità culturale alle subdole illazioni che accompagnano la strategia di "comunicazione mafiosa".A questo riguardo, è appena il caso di evidenziare che va rigettato con forza l'assunto secondo il quale chiunque sia nato in un certo luogo, e magari vi si sia trasferito lontano a poche settimane o a qualche anno di vita, porti ineluttabilmente con sé - quasi per genesi o per contagio - una sorta di "dna malavitoso". Un simile, assurdo parallelismo, che reca in sé i germi del razzismo, mortifica l'idea stessa che l'uomo non sia in grado di autodeterminarsi liberamente, ed avalla l'idea insensata che una persona possa restare "marchiata a vita" da determinati contesti, a prescindere da ogni autonoma scelta e da ogni responsabilità individuale. La storia insegna dove conducono simili aberrazioni: anche quella del "secolo breve" che abbiamo da poco lasciato alle spalle.La civiltà del diritto, dai tempi dell'illuminismo, ha scelto di punire i responsabili di delitti in quanto titolari dell'atto criminoso, e non più i loro familiari, presunti parenti o altri che nulla abbiano a che vedere con l'atto incriminato. La Costituzione italiana - come ben noto - ha raccolto questa eredità nel principio fondamentale per cui la "la responsabilità penale è personale", e nelle ulteriori garanzie che lo accompagnano: in una società democratica chi è accusato dall'autorità preposta ha il diritto di difendersi, e al tempo stesso chi non è accusato di nulla non deve in alcun modo "essere costretto a dimostrare la propria innocenza", pena il rovesciamento stesso dello stato diritto, e la perdita delle regole del vivere civile per tutti.Aemilia è un processo tanto più significativo quanto dettagliati sono i capi di imputazione, circostanziate le prove, trasparente il confronto fra accusa e difesa, al termine del quale il collegio giudicante giungerà a una decisione, quale che sia.Proprio le prove, in un senso o nell'altro, che dentro l'aula si evidenziano vengono passate al setaccio con controlli minuziosi, opportuni e puntuali. Tutto il contrario della "società della delazione", quella che invece forma i propri giudizi su un "sentito dire", "voci riferite" di cui "non c'è traccia negli atti".Reggio uscirà migliore dal processo Aemilia se saprà tenere assieme due profili, tanto cruciali quanto inscindibilmente connessi: da un lato, la capacità di intercettare dinamiche criminali e mettere in campo le giuste strategie per contrastarle, dall'altro, al contempo, il rifiuto della mentalità mafiosa intesa come "magma che tutto livella".Il rifiuto, cioè, di un approccio qualunquista e aberrante che fa strame della capacità di distinguere con le corrette procedure ciò che è criminale da ciò che non lo è, che supinamente si adegua alla cultura dell'allusione velenosa, del sospetto brandito contro "il nemico" per isolarlo e colpirlo.È, prima di tutto, una battaglia etica e culturale, quella che abbiamo di fronte. Le istituzioni pubbliche sanno da che parte stare: dalla parte della giustizia e dei principi che la informano, di chi li incarna con coraggio e abnegazione. Luca Vecchisindaco di Reggio Emilia Attendevamo una risposta. Che è arrivata. Ringrazio il sindaco per aver raccolto la nostra sollecitazione del 3 dicembre, che era sincera, sostenuta da una fortissima consapevolezza dello stato d'animo di Vecchi e della sua famiglia. Sostenuta dalla preoccupazione per le conseguenze sulla città dello stillicidio di evocazioni da parte di imputati del processo Aemilia. La Gazzetta è sollecita anche nel separare la dinamica giudiziaria dal clima politico-sociale. In quest'ultimo caso noi non possiamo prendere le distanze, ma accorciarle fra chi ci rappresenta e i cittadini. Cosa che abbiamo chiesto di fare al sindaco.Secondo qualcuno, turbatissimo, disabituato all'approfondimento e ligio all'intoccabilità del sistema, il nostro è stato un "colpo basso". Lo correggo: è stato un "colpo alto", salutare per la conoscenza.Infine, contro la "fascinazione perversa" e contro la "strategia di comunicazione mafiosa" noi siamo ogni giorno ai posti di combattimento. Chiaro. st.sc.