Nuove indagini sui beni nascosti del clan

di Tiziano SoresinawREGGIO EMILIAIndagini ulteriori dell'Antimafia su beni nascosti della cosca. La rivelazione è arrivata ieri mattina dalle parole di Salvatore Muto, nel momento in cui il pentito parla dei guadagni del clan con le fatturazioni fasulle. «I soldi delle fatture - spiega - venivano reinvestiti in affari, in immobili. Beni intestati a prestanome su cui stanno indagando gli inquirenti. Sono cose che richiedono approfondimenti». Il presidente Francesco Caruso lo incalza: «Sono beni anche fuori dall'Emilia-Romagna?». Sul punto il pentito glissa: «Diversi beni sono emersi nel processo, ma vedrete - dice rivolgendosi ai giudici - la procura vi poterà nuove carte...».Poi Muto ha nuovamente tratteggiato la figura di Francesco Lamanna di cui era il braccio destro. Lamanna, ritenuto dagli inquirenti il referente della cosca nella zona di Cremona «era affliliato già da giovane, quando era con i Dragone e negli anni è arrivato a diventare "padrino"», ha detto Muto. Un grado che sarebbe stato conferito proprio dal boss Nicolino Grande Aracri, che di Lamanna si fidava ciecamente. Sempre secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia infatti, Grande Aracri lo aveva autorizzato «a fare il padrone in sua assenza». Ma Lamanna, pur formalmente pari agli altri «generali» della cosca di Cutro radicata in Emilia, godeva anche di un maggior riconoscimento rispetto ad Alfonso Diletto e Nicolino Sarcone. Al punto, dice sempre Muto, da avere un diverbio con quest'ultimo che gli aveva mancato di rispetto alludendo alla passione di Lamanna per le slot machines. Fatto che portò «ad un chiarimento a cui andarono tutti i fratelli Sarcone (Giuseppe, Carmine, Gianluigi e Nicolino)» e dove Lamanna fece pesare a chi lo aveva offeso: «Per te ho rotto anche delle amicizie!». Gli avvocati degli imputati hanno poi insistito molto sulle operazioni edili avviate da Muto, chiedendo se i lavori che aveva svolto (anche uno in Svizzera incompleto perchè fu arrestato) fossero leciti o meno. Lapidaria la risposta del pentito: «Il lecito serviva per la falsa fatturazione. Senza il lecito non c'è l'illecito».