Il grosso, maledetto e lurido fenomeno di nome 'ndrangheta

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera Anche i migliori sbagliano, ma gli stessi migliori dovrebbero saper chiedere scusa. Chi scrive è un ragazzo di 24 anni, con la passione per la politica, per il sociale e per il giornalismo e che, all'età di 18 anni si è visto pubblicare il suo primo articolo in prima pagina su quello che per lui era il più grande giornale della sua provincia: La Gazzetta di Reggio. Quello stesso giorno, con orgoglio ed entusiasmo ho tappezzato l'istituto che frequentavo (Einaudi di Correggio) di questo articolo che era la chiave d'apertura della porta del mio sogno.Negli anni sono cresciuto, ho continuato a coltivare questa passione scegliendo un percorso universitario che fosse idoneo alla professione di giornalista, poi alcuni avvenimenti, hanno fatto si che prendessi un'altra strada, si sa, un ragazzo ha mille sogni e mille progetti. Ciò nonostante ho continuato a comprare il mio quotidiano preferito, il quotidiano che continuavo a leggere per sentirne il profumo ed immaginare quella bellissima redazione al sesto piano nella quale ho avuto l'onore di entrare un paio di volte. Insomma, la Gazzetta di Reggio, per me, non è mai stato un giornale, ma il giornale!Tuttavia, da quando è avvenuta l'operazione Aemilia, questa testata, insieme a tante altre, ha trovato un grande nuovo obiettivo che non è riconducibile esclusivamente a quel grosso, malato, maledetto, putrido e lurido fenomeno chiamato 'ndrangheta, ma più in generale, l'obiettivo, sembra essere il popolo calabrese in generale.È ormai da alcuni anni, infatti, che basta poco per un calabrese finire sul giornale ed essere etichettato 'ndranghetista, rischiando due fenomeni pericolosi, ovvero: chi è realmente un delinquente viene protetto da questa massiccia ed energica generalizzazione; e chi invece è semplicemente emigrato per motivi lavorativi o sociali deve costantemente e quotidianamente dimostrare di essere una persona onesta, quasi a discolparsi di essere nato in Calabria.L'ultima vicenda, senza far riferimenti a chissà quale archivio storico-giornalistico, è accaduta poche ore fa con il caso, anzi, l'orrendo omicidio di Francesco Citro, il 31enne calabrese, originario di Torre Melissa, ucciso - si presume dal fermo operato dalle forze dell'ordine - dal 63enne mantovano vicino di casa della povera vittima.Il giorno dopo la morte, questo stesso giornale, con cui orgogliosamente ho collaborato e continuo a collaborare, titolava: Ucciso il parente del pentito. Non potevo credere a ciò che stavo leggendo, ero quasi in procinto di restituire il giornale all'edicolante e continuavo a chiedermi: ma perché, prima ancora che si facciano le indagini, il povero Citro deve essere etichettato già come 'ndranghetista? Perché basta così poco? Ebbene, io Francesco lo conoscevo poco, l'avrò incrociato due o tre volte al mare ma per quel poco che lo conoscevo mi sento di dire che era un ragazzo generoso, educato ed onesto.Si, al mare, perché anche io sono di Torre Melissa, e come rivendico di aver collaborato con la Gazzetta, in modo altrettanto fiero rivendico di essere nato in una terra fantastica, in una terra che è la culla della cultura greca: la Magna Grecia.Fa male doversi giustificare quasi ogni giorno, fa male lottare contro una generalizzazione che sembra avere tra gli obiettivi anche quello di creare una divisione, uno scontro tra reggiani e calabresi.In questi anni sono stati dettati e delineati i tratti distintivi di uno 'ndranghetista medio in Emilia: opera nell'edilizia, ha figli laureati e sono ben integrati nella società. Allora mi chiedo: è forse il caso di auto denunciarmi? Dal 97, anno in cui ci siamo trasferiti, mio padre opera in edilizia, i miei fratelli sono laureati, io sono in procinto di laurearmi e tutti ci siamo integrati alla perfezione, non di meno, come ho già detto collaboro con questa testata. Cos'è, una colpa avere queste caratteristiche? Fa altrettanto male non vedere nessun conterraneo presente ad alcuna manifestazione anti mafia, e non leggere o sentire alcuna protesta contro questa merda di 'ndrangheta. Attenzione, le mafie esistono, sono presenti ed anche ben radicate qui, nella nostra Emilia. I mafiosi, i camorristi, gli 'ndranghetisti ci sono e convivono quotidianamente in mezzo a noi ed in mezzo alla nostra politica e alla nostra società. Ma attenzione anche a ricondurre questi fenomeni esclusivamente ad un area geografica, perché cosi si crea confusione e sicuramente questa confusione va a discapito della società e a vantaggio dei delinquenti.Concludo questa lettera sostituendomi ai miei colleghi professionisti dai quali continuo ad imparare quotidianamente e chiedo, a nome di tutti, scusa a Francesco Citro ed alla sua famiglia di averlo affiancato subito, in modo così istantaneo e prevenuto alla famosa organizzazione criminale e al nome del pentito Cortese.Andrea Balestrieri Risponde il direttore.La sua è una bella lettera. Ma ha un limite: è una lettera a caso chiuso. Col senno di poi. Altra cosa è la cronaca del giorno per giorno la quale racconta a caldo, sonda dettagli e scandaglia piste. La dinamica e i troppi fuochi intorno hanno lungamente sigillato l'attenzione sulla matrice della criminalità organizzata. E nessuno ha messo in dubbio il profilo del povero Francesco Citro. Visto che ha vocazioni cronistiche dovrebbe sapere come sia incombente in ogni fatto l'infiltrazione decennale, una presenza pervasiva che lei definisce "grosso, malato, maledetto putrido e lurido fenomeno chiamato 'ndrangheta". Ecco, se una simile liberatoria invettiva fosse corale e costante da parte di reggiani e calabresi, calabresi e reggiani avremmo quasi vinto. st.sc.