Sarcone ribatte al pentito Giglio e chiede l'isolamento in carcere

REGGIO EMILIAPer l'intera mattinata sia il pentito Giuseppe Giglio (come fonte delle accuse) che il maggiore Goffredo Rossi (comandante dei carabinieri del Ros a Bologna) come autore delle indagini hanno "duellato" con gli avvocati difensori, rimanendo però fermi sulle posizioni dell'inchiesta: Gianluigi Sarcone e Sergio Bolognino indicati come i mandanti del pestaggio in carcere a Bologna dello "spesino" («Aveva mancato loro di rispetto» rimarca Giglio), il coinvolgimento di detenuti calabresi e campani oltre che di alcune guardie carcerarie nei traffici fra le sbarre di droga e telefonini.Nel primo pomeriggio la decisa reazione in aula dei due imputati di Aemilia, rilasciando dichiarazioni spontanee. Sarcone afferma di non avere mai avuto screzi con il detenuto campano addetto alla distribuzione dei viveri: «Faceva ridere, faceva dolci, torte per i miei figli fino a quando non è stato trasferito, ho fotografie delle sue torte». Sempre Sarcone dice di aver saputo dallo "spesino" i nomi di chi l'aveva aggredito (e l'imputato li fa in aula, ndr) e sui motivi delle botte sarebbe stata la stessa vittima a confidargli che «il motivo ufficiale era dovuto a problemi con i paesani suoi e per il fatto che faceva la grappa in cella dalla frutta e dai pelati settimanalmente e si ubriacava». Una circostanza cioè, che creava «problemi» con gli agenti «e questa cosa comportava anche delle perquisizioni che poi si estendevano a tutti». Però, continua Gianluigi, «ufficiosamente mi disse che sospettava che il pestaggio fosse dovuto all'aver parlato male del suo compaesano Pasquale Piccolo, della stessa associazione mafiosa». Su droga e cellulari dice di non saper nulla, infine aggiunge con una punta di commozione: «Venerdì ho chiesto al carcere di essere isolato, isolamento diurno e notturno. Non posso dipendere da queste dichiarazioni, mi devo isolare, non posso permettere strumentalizzazioni, assolutamente non lo posso permettere, che vengo utilizzato come biglietto di uscita o come scorciatoia che utilizzano il mio cognome soprattutto, per quanto riguarda eventuali indagini ai miei soci, fratelli. Io i miei fratelli li comandavo, li gestivo. Se dovessero esserci indagini nel periodo che erano con me, io sarò parte civile in quel processo. Se mi convinceranno io stesso li denuncerò». Sulla stessa linea Bolognino, che secondo Giglio propose allo stesso pentito di fargli avere un cellulare in carcere: «Intanto ero appena arrivato e non conoscevo nessuno di questi napoletani, non conoscevo le guardie, la vedo proprio assurda questa cosa, si vuole continuamente arrivare alla menzogna a tutti costi e non alla verità». Per quanto riguarda il pestaggio: «Mi reputo estraneo, conoscevo bene questo "spesino", una brava persona, non so niente di quanto successo». ©RIPRODUZIONE RISERVATA