«'Ndrangheta in campo per Forza Italia»

di Tiziano SoresinawREGGIO EMILIAC'è subito una rivelazione che non ti aspetti, per di più di sapore politico, nella deposizione d'esordio dell'ultimo pentito di Aemilia, cioè il 40enne Salvatore Muto.L' imputato - accusato di associazione mafiosa e già condannato a 18 anni nel processo Pesci - nell'illustrare preliminarmente i suoi trascorsi, rimarca di aver lavorato onestamente come intonacatore quando dalla Calabria si era trasferito al Nord nel settembre '96, per poi imboccare la strada mafiosa quando entrò in contatto con Francesco Lamanna («Già lo conoscevo tramite la mia famiglia, poi lui mi presentò la consorteria»). CUTRO FORZISTA. Ma del clan sapeva già tante cose quando era in terra calabrese e qui comincia il suo racconto di quando - nel 1994 - venne coinvolto a Cutro dagli zii 'ndraghetisti nella campagna elettorale per le elezioni politiche: «I miei zii - spiega - mi chiesero di dare una mano a quelle elezioni: era la campagna elettorale del primo governo Berlusconi. Io ero ancora in Calabria. Quelli che si diedero da fare erano tutte persone appartenenti alla 'ndrangheta o che facevano favori alla 'ndrangheta. All'epoca chi comandava il paese era Antonio Ciampà detto "Coniglio". Come otteneva i voti a Cutro? Andava da tutti a farsi conoscere e dire che dovevano votare Forza Italia, sostenendo i due candidati al Parlamento, cioè Floriano Noto e Gerardo Sacco. Perché comandava? Era stato messo dalla famiglia Dragone. Se c'erano problemi, estorsioni, o ti rubavano o incendiavano, si rivolgevano tutti a Ciampà. Io ero ancora minorenne e non votai, ma mi occupavo del volantinaggio, appendevo i manifesti».TRIUMVIRATO. Comunque Muto è come un diesel, senza mai perdere lucidità - rispondendo alle domande del pm Marco Mescolini - inanella poi episodi, situazioni, retroscena sul radicamento della cosca al Nord, dando un ruolo premimente a una triade di persone: Nicolino Sarcone, Alfonso Diletto e Francesco Lamanna. AUTONOMIA E IL BOSS. Dice di essere stato l'uomo di fiducia di Lamanna, pur non essendo "battezzato" («Non era importante, il grado l'avevo lo stesso, partecipavo a tutti i summit»), dando subito importanza all'autonomia di cui godeva l'associazione mafiosa con epicentro Reggio Emilia, spiegando come stavano i rapporti con il boss Nicolino Grande Aracri: «Nel 2011 Nicolino mi diede un compito da svolgere a Mantova, un lavoro nel contesto 'ndranghetistico. Lui non pretendeva di essere coinvolto in ogni cosa che facevamo al Nord. Una volta mi disse: "Ma se voi mi fate presente qualcosa che fate su... Altrimenti se poi venite da me per problemi vi costa il doppio"». RIUNIONI E AFFARI LOSCHI. Il pentito indica i luoghi in cui la cosca si radunava («Dal 2008 al 2010 ci incontravamo nel locale di un certo Pino Aracri vicino al Meridiana, poi nel 2011-2012 nel ristorante "Antichi Sapori" di Brescia. I proprietari dei ristoranti tenevano d'occhio eventuali movimenti degli inquirenti»), per poi descrivere con dovizia di particolari il meccanismo delle false fatturazioni, i modi minacciosi con cui si accaparravano i lavori edili dai privati («Avevamo il potere di non far avvicinare nessun altro a quegli affari, chi semmai aveva preso il lavoro poi desisteva, capendo chi aveva di fronte...»), la "spremitura" di chi s'indebitava con qualcuno del clan («Guadagnavamo sia con i decreti ingiuntivi che vendendo in nero mezzi ed attrezzature delle società»). I MAFIOSI. Infine, senza battere ciglio, dà un volto agli affiliati, oltre al già citato "triumvirato": «Pasquale Brescia, Giuseppe Iaquinta, Alfonso Paolini, Palmo e Giuseppe Vertinelli, Antonio Gualtieri, Romolo Villirillo, Eugenio Sergio, Gaetano Blasco, Michele Bolognino». Per ognuno specifica se "battezzato" o meno. Un rullo compressore.©RIPRODUZIONE RISERVATA