«Sergio chiese i voti dei cutresi per Vecchi»

REGGIO EMILIA«Eugenio Sergio era un 'ndranghetista, affiliato direttamente da Lamanna. E fu proprio Lamanna, in occasione delle elezioni in cui Luca Vecchi era candidato a sindaco, che mi disse che Eugenio Sergio gli aveva chiesto aiuto elettorale per Vecchi». Tra le tante dichiarazioni in qualità di imputato ora pentitosi, l'11 ottobre scorso Salvatore Muto tira fuori la storia delle elezioni del 2014 a Reggio Emilia. Una tornata elettorale senza sorprese, quando il testimone di sindaco passò dalle mani di Graziano Delrio a quelle dell'allora capogruppo del Pd, Luca Vecchi, da sempre indicato come successore dell'attuale ministro reggiano. Vecchi vinse senza grandi sforzi e con buon margine. Muto, però, riporta alla mente le rivelazioni che lui stesso ha sentito a sua volta dalla bocca del suo capo, Francesco Lamanna, boss della locale cremonese del clan Grande Aracri. E spiega: «Lamanna ha molti parenti a Reggio Emilia anche non direttamente appartenenti alla 'ndrangheta. Era molto conosciuto a Reggio Emilia anche in campo 'ndranghetistico proprio per questi parenti che aveva». Una versione che difficilmente potrebbe trovare una corrispondenza anche a livello di indagine visto il segreto delle urne, che inquieta il primo cittadino di Reggio Emilia, che risponde: «Come è evidente è in atto, da oltre un anno, una campagna di illazioni tendenti a gettare fango non soltanto su un sindaco ma su un'intera città, condotta da soggetti mai conosciuti, men che meno frequentati e con i quali non sono mai intercorsi rapporti di alcun tipo. Da tempo abbiamo scelto di non replicare a simili illazioni e calunnie, riservandoci ogni azione di tutela nelle sedi opportune. Abbiamo piena fiducia nell'azione della magistratura che peraltro ha già fatto piena luce sui fatti di cui si parla e che continuerà, come deve, ad accertare la verità».Muto ritira fuori poi la vicenda della lettera scritta da Pasquale Brescia e inviata dal carcere proprio al sindaco Vecchi. «Non ero d'accordo con quella lettera, ma lo era invece Gianluigi Sarcone che me lo fece capire» dice Muto ai pm durante la sua deposizione, aggiungendo un altro uomo di spicco del clan alla vicenda. Già il precedente pentito, Antonio Valerio, aveva detto che avevano «architettato un complotto per ricattare il sindaco Luca Vecchi, per costringerlo a prendere le parti dei cutresi detenuti in Aemilia». Un complotto ordito in carcere, secondo quanto riportato nel verbale di deposizione dell'8 settembre di Valerio, anch'egli collaboratore di giustizia. Lettera scritta dal carcere da Brescia al sindaco era divenuta oggetto di un processo finito con l'assoluzione degli imputati, e che sarà oggetto di appello. Quella lettera, in cui Brescia si appellava a Vecchi, secondo i giudici di primo grado non conteneva alcuna minaccia. L'imprenditore cutrese, imputato nel processo Aemilia, è stato infatti assolto dall'accusa di minacce insieme al suo avvocato Luigi Comberiati, ripescati da Valerio e ora anche da Muto. Un processo con rito abbreviato celebrato davanti al Gup del tribunale di Bologna Alberto Gamberini, che inquadra un filone secondario di Aemilia. Assolti perché il fatto non sussiste sono stati quindi sia Brescia che Comberiati (difeso dall'avvocato Gianluca Malavasi), accusati di minacce per la lettera indirizzata al primo cittadino e recapitata l'1 febbraio 2016 all'edizione reggiana del Resto del Carlino. Brescia è stato condannato poi a cinque mesi e 10 giorni per un'altra imputazione. Per Brescia e Comberiati i pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi avevano chiesto rispettivamente tre anni e quattro mesi e un anno e quattro mesi. Ora, i nuovi retroscena, potrebbero essere materiale ulteriore per l'eventuale appello. (e.l.t.)