Bolognino e Amato attaccano Valerio

di Tiziano SoresinawREGGIO EMILIAI due mesi di deposizioni del pentito Antonio Valerio hanno lasciato il segno ieri nel maxi processo Aemilia, con reazioni a dir poco contrastanti. La Dda lo ritiene attendibile (come ha messo in evidenza il maresciallo dei carabinieri Guido Costantino nella sua lunga esposizione dei riscontri trovati alle parole del collaboratore di giustizia), mentre due imputati (Michele Bolognino e Francesco Amato) attaccano decisamente Valerio. Il primo imputato, cioè Bolognino, l'ha fatto con "dichiarazioni spontanee" dal carcere di Parma dove è collegato in videoconferenza: «Valerio si è visto il film Gomorra! - esclama - perché del mio passato si possono dire tante cose e ho scontato la pena, ma del mio presente non sa nulla, non faccio parte dell'associazione 'ndranghetista». Parla a raffica il detenuto, contestando non poche affermazioni del pentito nei suoi riguardi. «Sostiene che in una disputa io con una mano avrei sollevato una persona e con l'altra mano avrei tenuto a bada un altro uomo impugnando una pistola. Non sono mica Rambo!». E ancora: «Dove sono i riscontri che io avrei ucciso Francesco Capicchiano e che vendevo droga? Valerio mi attribuisce un basso profilo criminale, poi racconta di un progetto per uccidermi con l'intenzione di montare una mitragliatrice su un pick up...». Invece Amato ha denunciato - per calunnia - Valerio, ritenendo fasullo quanto raccontato dal pentito sul suo conto: spacciatore di droga, aderente al "giro" di false fatturazioni, affiliato al clan 'ndranghetistico con epicentro Reggio Emilia. Ben diversa l'articolata ricostruzione fatta dal maresciallo Costantino: «In linea generale - dice subito - emerge un quadro positivo della genuinità delle dichiarazioni». Il militare ha cercato conferma nelle sentenze dei vecchi processi per i fatti di sangue degli anni '90 (su cui Valerio ha contribuito a fare luce), ma anche spulciando documenti anagrafici, economici e informative relativi a quanto il pentito ha raccontato sui progetti di omicidio pianificati a Reggio Emilia, sui suoi rapporti d'affari con gli altri membri della consorteria. Quasi tutto collima o meglio, come spiega il maresciallo «risultano evidenze di riscontro», seppure al netto di qualche sbavatura dei racconti. Prove confermano ad esempio le circostanze dei due arresti del 1983 e del 1991. Riguardo al tentato omicidio di Valerio nel 1999, il pentito ha detto in aula di aver fatto il nome di Paolo Bellini agli investigatori anche se poi, in una seconda informativa, si riferiva che la vittima non aveva riconosciuto l'aggressore. Infine sono state controllate le affermazioni sulle parentele della moglie - Maria Sergio - del sindaco Luca Vecchi. Secondo Valerio il nonno della Sergio era un 'ndranghetista che negli anni '60 uccise una donna. È stato però accertato che Francesco Salvatore Sergio, detto Paolo «il feroce», è il fratello del nonno, quindi suo prozio. Si conferma invece la parentela tra la moglie del sindaco e lo stesso Valerio: hanno in comune lo zio Giuseppe Turrà (membro del direttivo Aier e non coinvolto in Aemilia), che è infatti zio materno di Maria Sergio (fratello della madre) e ha sposato la zia paterna del pentito (Palmina Valerio).