1992, a Reggio scorre il sangue della faida

di Massimo SesenawREGGIO EMILIA La squadra mobile schierata alle spalle del suo dirigente, tutti in favore di telecamere e obiettivi. Un rito quasi periodico a cui i cronisti di nera sono abituati. Lo sono meno, anche i più scafati, a vedersi scompaginare il rito da qualcosa di più grosso. Il giorno in cui morì ammazzato Nicola Vasapollo, accadde proprio questo: la nera di tutti i giorni venne spazzata via da qualcosa di più grosso, qualcosa a cui ci saremmo abituati, tutti - fin troppo, verrebbe poi da dire - ma molto più tardi.Il giorno in cui morì Nicola Vasapollo, la questura di Reggio era alle prese con altri problemi: problemi di ordine pubblico, di "pulizia" dei quartieri dalla piaga della prostituzione, per esempio. Ricordo perfettamente quella mattina di settembre perché assieme ad altri cronisti ero nell'ufficio dell'allora capo della squadra mobile Cesare Capocasa, oggi questore a Imperia. E il dottor Capocasa stava illustrando i contorni di una operazione che, la notte prima aveva portato a sgominare un giro di prostituzione lungo la via Emilia. E mentre parlava, le finestre aperte dell'ufficio portavano dentro i rumori di una città. Ma uno di questi rumori aveva preso a sovrastare tutti gli altri. Un rumore familiare alle forze dell'ordine, quello delle sirene, nella fattispecie, delle sirene dei "cugini". Un primo pianto delle sirene, accompagnato dal rumore delle gomme dell'auto. Poi un secondo, proprio sotto le finestre della questura. A quel punto, uno degli agenti in posta si avvicina al suo dirigente : «Dottore - dice - se permette, vado a fare una telefonata...». Rientra poco dopo, parla all'orecchio di Capocasa, che sbianca in volto: «Scusate... Dobbiamo interrompere», dice mentre con un gesto lento si alza e apre un cassetto della sua scrivania. Con due dita estrae dal cassetto una pistola e se la infila dietro la schiena, sotto la cintola.«Dottore, ci dica cosa è successo... Una rapina?».«... No... Qualcosa di più particolare» dice uscendo in fretta dall'ufficio e ottenendo di farsi seguire da giornalisti e cameramen . Fino a quella brutta palazzina di Pieve, già circondata da ambulanze e gazzelle dei carabinieri, in un recinto fatto da quel nastro che delimita tutte le scene di un crimine.Dentro al recinto la disperazione di una donna anziana che per la seconda volta piange un figlio morto ammazzato. Qualche anno prima era toccato a Giuseppe, giù a Cutro. E ora ad essere freddato in casa dove stava scontando una pena agli arresti domiciliari era stato Nicola. Le indagini prendono le mosse dalle testimonianze di chi ha visto, ad esempio, una utilitaria fuggire a tutta velocità da quella stradina che corre parallela alla via Emilia. E, naturalmente, nelle frequentazioni di Vasapollo. Primo tra tutti Paolo Bellini, la primula nera che Vasapollo aveva conosciuto in carcere a Prato. Qualche informatore della polizia, nelle ore immediatamente successive l'omicidio aveva raccontato agli inquirenti di una discussione tra Bellini e Nicola Vasapollo, con Bellini che profetizza a Vasapollo una fine tragica. «Finirai ammazzato». Al netto delle doti divinatorie, la prima pista è proprio quella di Bellini. Ma quella pista è sbagliata, Bellini ha un alibi di ferro. Lo dice il guanto di paraffina, ma soprattutto lo confermeranno i funzionari di polizia con cui il bandito della Mucciatella aveva passato la giornata. Già, perché Bellini era così: o tramava o svelava trame, o uccideva per conto terzi o raccontava alla polizia quel che sapeva dei suoi "datori di lavoro". E mentre Antonio Valerio, il pentito che oggi alza il velo sui delitti del 1992, si faceva largo nella cosca diventando uno specialista in una "specialità" - quella delle false fatturazioni nell'edilizia - all'epoca ancora sconosciuta alle forze dell'ordine di casa nostra, mentre Valerio faceva tutto ciò, qualcuno nella famiglia di Vasapollo - lo diranno anni dopo lo stesso Bellini e Rocco Gualtieri - indicava in Valerio uno dei mandanti. Al punto da pianificarne la morte, con tanto di ordine impartito - sia pure anni dopo - da Vincenzo Vasapollo, cugino di Nicola a Paolo Bellini. È da quella sentenza non eseguita (il primo maggio 1999 Valerio fu ferito alla testa dalla pistola di Bellini ma scampò alla morte ) che è iniziata la seconda vita di Antonio Valerio.massimosesena©RIPRODUZIONE RISERVATA