«Minacce a Luigi Silipo, poi indottrinato»

REGGIO EMILIALe violenze in carcere in quella che il pentito Antonio Valerio chiama eloquentemente «sezione Aemilia»,aggiungendo «dove c'è una pseudosocialità fra di noi nei vari capannelli». Dell'agguato con un coltello artigianale - alla Pulce - a Gabriele Valerioti da parte di Gianni Floro Vito fa solo un accenno (ne ha già parlato diffusamente in aula la volta scorsa, ndr), mentre fra gli altri episodi citati si sofferma in modo particolare su quanto accaduto a Luigi Silipo che - secondo il pentito - si era messo in testa che sarebbe uscito dal carcere andando ai domiciliari se confermava alla Dda, in udienza a Reggio Emilia, di far parte dell'associazione 'ndranghetistica «accusando così il fratello Antonio - rimarca Valerio - e di conseguenza Nicolino Sarcone per il legame fra i due». Per questa "intenzione" Silipo sarà avvicinato nell'ora d'aria in carcere a Prato da Nicolino Sarcone: «Mi raccomando, attento a quello che dici...». Frase che Luigi intende come una minaccia e lo dirà poi al pm senza tanti giri di parole. Una situazione che Silipo pagherà quando viene trasferito in carcere a Bologna: «Nessuno lo voleva in cella, l'avevano isolato. Nemmeno Alfonso Paolini l'ha voluto in cella, dandogli dell'infame e del carabiniere».Ma a quanto sostiene il collaboratore tutte queste pressioni faranno breccia su Silipo: «Poi fu indottrinato per quello che doveva dire in dibattimento - rivela Valerio - come del resto avviene fra 'ndranghetisti. Il ragionamento che circola fra i detenuti di Aemilia è questo: "Siamo tutti quanti nella sventura, cerchiamo di smontare lo smontabile"».Invece sarebbero arrivati alle mani in carcere Giuseppe Vertinelli e Salvatore Muto (classe '77). Quest'ultimo era innervosito da Vertinelli che attenuava l'agire di Giuseppe Giglio, divenuto un pentito. «Vertinelli lo giustificava perché è consuocero di Giglio. Muto è impressionante, alto quasi due metri, e una volta sembrava un cavallo imbizzarrito nel rincorrere Vertinelli fino alla saletta ricreativa, urlandogli: «Giglio sta accusando noi!". Altre botte sarebbero "fioccate" fra Mario Vulcano e Vincenzo Mancuso («Prima un vaffanculo, poi l'aggressione»), ma anche nei confronti di Pasquale Riilllo. «In carcere a Bologna i cutresi facevano comunella, ma non con Riillo che è di Isola Capo Rizzuto ed ha un modo di porsi considerato arrogante. Palmo Vertinelli aveva istigato un siciliano, un certo Claudio, verso Riillo. A questo Claudio, poco abbiente, gli dava da mangiare, un pacco di caffè e in pratica il siciliano aveva cominciato a prendere ordini da Palmo. Finché non vi fu un'aggressione e Vertinelli trattenne a terra Riilllo. Solo quando Vertinelli e Riillo sono stati trasferiti in carcere a Reggio Emilia hanno cominciato a capire che litigare non aiutava. Anche perché entrambi avevano avuto interessi con Giglio che ora, con il pentimento, li stava attaccando».