«Maria Sergio favorì degli imprenditori»

di Tiziano SoresinawREGGIO EMILIAUna strategia 'ndranghetistica per ripulire - soprattutto attraverso la politica - l'immagine mafiosa dei cutresi a Reggio Emilia. Ne parla a lungo il pentito Antonio Valerio con il suo solito modo colorito di esprimersi, infarcito pure di dialetto. Tanti episodi collegati che pian piano focalizza dalla località segreta in cui è collegato in videoconferenza con il maxi processo Aemilia.I FAVORI. E proprio nel raccontare questa "ragnatela" tessuta attorno alle istituzioni che spunta l'accusa che non t'aspetti. Valerio sta illustrando il caso della lettera indirizzata da Pasquale Brescia al sindaco Luca Vecchi, ma fa un'improvvisa "sterzata" sulla moglie del primo cittadino (chiamata nella prima deposizione addirittura «sindachessa») perché avrebbe fatto dei favoritismi, anche se al momento non fornisce precisi elementi a sostegno. Maria Sergio ha per un decennio ricoperto (sotto il sindaco Graziano Delrio) il ruolo di dirigente all'urbanistica del Comune di Reggio e ora ha lo stesso incarico in Comune a Modena.I BENEFICIATI. «Il progetto della lettera al sindaco nacque a Bologna - entra nel merito Valerio - ed era avallato dagli avvocati difensori. Noi eravamo in carcere a Prato e fummo informati di questo progetto tramite una lettera. Un parente di Maria Sergio era un capo di Cutro, detto "u feroci", il nonno di Eugenio Sergio. Sapendo di questa parentela la strategia era questa: visto che il sindaco è parente di una cutrese prende parte ai cutresi e non va contro di loro. La Sergio se ne sta nel Catasto a Reggio (ciò non è però vero, ndr) e nel settore urbanistico. Può darsi che abbia fatto qualche favoritismo: anzi lo ha fatto». Ma favori a chi? «Antonio Olivo (è un ex consigliere comunale), Turrà e tanti altri nomi e cognomi». QUESTIONE-PIEVE. Il pentito parla anche di uno specifico intervento urbanistico: «A Pieve, dove ci fu un cambiamento di destinazione d'uso. Vedete cosa viene concesso per l'edilizia sociale in merito all'area che è immensa: hanno fatto più di duecento unità abitative. Pertanto hanno dovuto lasciare una quota di Inse, che sarebbe la superficie edificabile al Comune, un'altra parte è stata destinata ad area pubblica. Sono cose che vanno fatte, ma vi furono favoritismi anche qua». Sulla questione Pieve, il Comune in serata fa sapere - smentendo Valerio - che si tratta di una variante al Piano strutturale comunale di Pieve e quindi di un atto non di competenza di un dirigente, bensì che viene proposto dalla giunta al consiglio comunale con relativa votazione. Ma torniamo al pentito che sulle persone "beneficiate" è un fiume in piena: «Poi Totò Brugnano, miliardario, che è lo zio di Gianluigi e Salerno, il padre dell'ingegnere venuto a parlare in aula, quello che qui ha pianto e dà lezioni di educazione civica ma poi va a presenziare alle riunioni mafiose con Gianluigi, Totò Muto e Paolini. A chi non sa sembra illogico, ma chi sa, come me che sono di Cutro, capisce questi aspetti al volo. Basta solo verificare questi costruttori cutresi che si sono creati dal nulla, man mano crescono e arrivano addirittura al Comune di Reggio fino alla moglie del sindaco. Con lei ho uno zio in comune». LA SERGIO E I PARENTI. Su quest'ultima affermazione vuole intervenire il pm Beatrice Ronchi che dice di aver ricostruito a fatica queste parentele («Hanno incendiato l'anagrafe a Cutro»): il nonno Francesco (classe 1910) di Maria Sergio è fratello del boss Salvatore Francesco (il citato "u feroci", classe 1902, a sua volta nonno dell'imputato Eugenio Sergio), mentre la madre (Caterina Turrà) sempre di Maria Sergio è sorella di Giuseppe Turrà (è un costruttore) che ha sposato Palmira Valerio, cioè la sorella di Antonio Valerio. Quindi, al tirar delle somme genealogiche, il pentito e la moglie del sindaco sono alla lontana secondi cugini. LA LETTERA AL SINDACO. Con le domande del pm Ronchi e del presidente Francesco Caruso, il collaboratore di giustizia viene nuovamente sollecitato sulla lettera di Brescia: «Erano d'accordo gli amici Michele Bolognino, Gianluigi Sarcone, Gianni Floro Vito e Pasquale Brescia. Quando partì questa lettera io mi trovavo nel carcere di Prato, insieme ad altri. Oltre a me c'erano Antonio Muto (classe 1978), Antonio Muto (classe 1955), Luigi Silipo e Alfonso Martino. Noi non eravamo d'accordo». Il pm vuole però sapere se a quella lettera rivolta al sindaco, nei piani, ne dovevano seguire altre: «Il progetto prevedeva che se fosse andata in porto la prima lettera, si sarebbe dovuto proseguire in questa direzione. Ma poiché ci fu l'attenzione della procura, il piano abortì». Da parte sua Caruso insiste sugli scopi sul piano processuale: «I Sarcone e i Diletto volevano prendere una parvenza di liceità, cercare di fare capire che non erano mafiosi, tanto che Alfonso Diletto candidò la figlia alle elezioni di Brescello e Gianluigi Sarcone partecipò attivamente alla cena di Giuseppe Pagliani. Si intendeva ottenere l'avallo al più alto livello, anche politico, della comunità reggiana, perché risultasse che queste persone in realtà erano imprenditori e avevano prodotto ricchezza ma che non erano mafiosi». I POLITICI E IL CLAN. In questo contesto Valerio inserisce l'incontro con l'ex prefetto Antonella De Miro di esponenti politici: «Salvatore Scarpino, Antonio Olivo e Rocco Gualtieri vanno addirittura del prefetto a chiedere conto di quanto stava succedendo ai cutresi». È l'incontro in cui vengono accompagnati dall'allora sindaco Delrio, ora ministro alle Infrastrutture. «Lo scopo - rimarca Valerio - era quello di far capire che i cutresi erano lavoratori e avevano fatto tanto per la città. Chi poteva prendere parte erano Olivo, che rappresentava una forza politica, ed era tutti i giorni in Comune; Gualtieri che si stava proponendo; Scarpino, che era il vero politico perché Olivo non ha studiato, ha conoscenza di ciò che può imparare ma non ha studio dietro». E qui arriva una domanda di Caruso («Vuole dire che questi politici, che si presentano come la Cutro onesta, in realtà sanno chi sono gli imputati, sanno la loro storia?») che innesca una risposta tranchant del pentito: «Assolutamente sì. È un dato di fatto. Olivo va da chi era responsabile delle interdittive e vengono sponsorizzati dall'allora sindaco Delrio. Del resto le appartenze di queste persone si sapevano, chi era Valerio, chi era Sarcone, le radici di Olivo che non è un'istituzione, ha i suoi trascorsi a Reggio. È parente di Brescia. Olivo si trova in Comune per aggiustare le sue magagne fatte sulle costruzioni». CONTROPRODUCENTE. Sempre Caruso chiede quale fosse lo scopo di queste iniziative. «Prendere consenso popolare e movimentare le masse. Dopo Gianluigi Sarcone e Alfonso Diletto, c'era Nicolino Sarcone che era molto carismatico e aveva ottima influenza su Pasquale Brescia, Giuseppe Iaquinta, Alfonso Paolino e Totò Muto. Con le loro conoscenze si stavano strutturando la movimentazione di cui avevano bisogno. Alla fine però - commenta amaramente - le operazioni non hanno avuto l'effetto desiderato. Se l'obiettivo era cancellare la mafia, ce la siamo invece presa tutta, quello nascosto l'hanno fatto emergere».