La Camera Penale di Reggio si schiera con Vezzadini

REGGIO EMILIA«Censuriamo l'attacco di cui è stato destinatario l'avvocato Vezzadini ed esprimiamo massima solidarietà allo stesso: trattasi del resto non solo di un attacco alla sua persona, ma anche di un'inaccettabile aggressione alla funzione difensiva e all'incomprimibile libertà di cui deve godere il difensore». La Camera Penale di Reggio, dopo quella di Bologna, interviene in difesa del collega Stefano Vezzadini, al centro delle polemiche dopo l'udienza del 13 luglio. In riferimento alle critiche rivolte alla stampa i legali affermano che «l'avvocato Vezzadini ha esercitato legittimamente il diritto di difesa».Nel documento della Camera Penale di Reggio viene riportata la versione fornita da Vezzadini sull'udienza in questione. Il penalista spiega i passaggi dove, parlando con il presidente del collegio, mentre esaminava il testimone della difesa Salvatore Scarpino, «escussione avente ad oggetto anche il tema, ritenuto rilevante in chiave difensiva, dell'equazione "cutrese-'ndranghetista" ad opera di alcune testate giornalistiche locali», ha detto la frase al centro delle polemiche: «Lo vediamo tutti i giorni, i giornali anche di questo processo scrivono cose non vere. L'ultima l'hanno scritta ieri l'altro ...». Nella nota si legge che l'avvocato Vezzadini «avrebbe, nel proferire tale frase, alzato il tono della voce senza tuttavia "travalicare il confine della buona educazione"». Sulle frasi urlate dalle gabbie il legale ha fornito una versione alternativa. «Secondo alcuni giornali sarebbe stato urlato, con tono minaccioso, "giornalisti in galera"; l'avvocato Vezzadini riferisce invece di aver inteso, al pari di altri colleghi, "per questo siamo in galera". Di ciò pare non sia rimasta traccia nella registrazione».Pertanto «così stando le cose, deve assolutamente convenirsi che l'avvocato Vezzadini abbia esercitato legittimamente il diritto di difesa». E ancora: «Quand'anche ciò fosse avvenuto in modo vibrante, ci troveremmo pur sempre nell'alveo della libertà del difensore, che nel processo può esprimere anche con toni aspri e accesi le proprie critiche». Per le toghe «merita di essere fermamente stigmatizzato, invece, ciò che è successivamente accaduto; ci si riferisce in particolare agli attacchi che il collega Vezzadini ha subito nei giorni seguenti ad opera di esponenti del mondo della stampa».La Camera Penale esprime «sconcerto per gli articoli che parlano di "minacce" dei legali di cui non vi è traccia alcuna e soprattutto si insinua l'esistenza di una convergenza criminosa fra difensore e imputato. Questo pare assolutamente inaccettabile». Tali articoli sarebbero «emblematici, innanzitutto, della pericolosa tendenza della stampa a calpestare il presidio costituzionale della presunzione d'innocenza: sullo sfondo delle affermazioni di cui s'è detto si staglia l'implicito assunto secondo cui gli imputati sono già mafiosi». La Camera Penale di Reggio Emilia ricorda che «il 21.3.2016 in concomitanza con l'inizio della fase dibattimentale, i perspicui segnali di allarme che inducevano a pensare che attorno al processo Aemilia - anche grazie alla sponda mediatica- si respirasse un clima preoccupante, nel quale -come in modo sempre più ricorrente accade- l'imputazione appariva già una condanna». Per gli avvocati le reazioni a quanto accaduto in aula sono sintomo di «un'inopinata confusione fra difensore e imputato: per i giornali difendere un mafioso (non presunto, si badi, ma già mafioso anche senza sentenza), significa giocoforza prestarsi agli stessi metodi e divenirne "complice"». (j.d.p.)