Quel Torneo della Montagna vinto nel 1950, quando l'allenatore era il parroco

di Roberto GiampietriwALBINEALa coppa conquistata. L'unica. E Albinea sempre lì. Tra monti e pianura. Troppo in pianura per essere considerata nei monti, troppo nei monti per essere considerata in pianura. Questa storia viene da lì. Da Albinea. Ed è una storia insolita. Tra seminario e campo sportivo, tra breviario e pallone. Nella sede spicca quella coppa. Posizionata là, in alto, vicino all'ingresso. La gente la vede e lei, la coppa, da là sopra, osserva le altre. Sulla targa c'è scritto "Torneo della Montagna 1950". Avrà anche 67 anni, ma i suoi anni, quella coppa, li porta proprio bene. «Posso?», domando. «Fai pure», mi dicono. Prendo il trofeo, lo posiziono con delicatezza sul manto verdissimo del campo che dista poco e scatto la foto. Forse calcare un terreno tanto verde avrà provocato un brivido anche a lei, ricordandosi i terreni polverosi di quegli anni. A Carpineti, il 3 settembre 1950, la gente si accalca lungo le righe in gesso che delimitano il terreno di gioco. Albinea e Baiso si affrontano per la finale della terza edizione del torneo della Montagna. Il Baiso si è qualificato superando allo spareggio il Carpineti. L'Albinea ha invece conquistato il diritto alla finale a seguito di un reclamo, poi accolto, contro il Castelnovo Monti che si era aggiudicato il girone. La partita procede in grande equilibrio. Ai supplementari la squadra della pedecollina segna la rete decisiva: 2-1 il finale. Lombardini, Munari, Chiossi, Ruozzi, Ravazzini, Ferrari, Torricelli, Cosmi, Vezzani I, Vezzani II e Campari gli undici campioni albinetani. E il mister? «Si organizzavano trasferte in pullman per seguire la squadra - racconta Adriano Corradini, presidente della Proloco di Albinea - perché il calcio, all'epoca, era lo svago principale, l'unica alternativa per giovani e meno giovani. E poi perché l'automobile era privilegio di pochi. Don Corrado Baisi era tra i principali organizzatori delle trasferte. Era un sacerdote tuttofare, una sorta di don Camillo: presidente, direttore sportivo e, sì, anche allenatore di quella squadra». Un mister tutto breviario e campo sportivo. «Insegnava al seminario di Albinea - prosegue Corradini - dove ora sorge la residenza sanitaria riabilitativa. Dietro il seminario c'erano due campetti e lì ci ritrovavamo a dare quattro calci al pallone. Che era uno solo e già era un lusso averlo. A don Baisi, con l'aiuto di alcuni ragazzi albinetani, venne l'idea di mettere in piedi la squadra. E da lì iniziò tutto». Feste e trasferte in giro per i monti, a volte con tanto di banda musicale al seguito. E feste in paese per raccogliere fondi per sostenere la squadra. «Don Baisi - dice Corradini - organizzava serate alla Pergola, il locale da ballo albinetano, per finanziare la squadra e sostenere le spese delle partecipazioni al Montagna. Spese comunque limitate. Le stelle delle squadre di quegli anni? Forse i fratelli Cosmi ma, all'epoca, le stelle erano tutti e undici i giocatori con gli esterni più esterni che al massimo arrivavano da Scandiano (ride, ndc)». Trasferte in pullman. Con tanti albinetani che si mobilitavano. E gare in casa nel campo sportivo di via Morandi, dove adesso sorge la biblioteca: «Il problema - sottolinea il presidente della Proloco - era che una fascia era delimitata da una recinzione molto bassa e il pallone finiva spesso nella riva a fianco. E non si sapeva quando la sfida sarebbe potuta riprendere perché era prima necessario ritrovare il pallone». Un successo, quello del 1950, che per l'Albinea resta unico. Tre i successi al Montagna della Borzanese, tra la fine degli anni '90 e il 2000. Un successo, quello dell'Albinea nel 1950, con un mister speciale. Quel don Corrado Baisi che divenne arciprete in duomo a Reggio e monsignore. E quella coppa che resta lì, in bella mostra nella sede dell'Albinea. A sorridere. Pensando a un calcio che non esiste più. Un calcio fatto con un solo pallone, che già era un lusso avere.©RIPRODUZIONE RISERVATA