«Per Gibertini Sarcone era un boss»

REGGIO EMILIA Dopo mesi segnati da udienze tecniche, l'aula speciale costruita per il processo Aemilia si è riempita di storie reggiane. Inchieste televisive, conseguenti minacce e intrecci d'affari che hanno tutti un luogo preciso di volti conosciuti. A sfilare sul banco dei testimoni, infatti, sono stati tre giornalisti reggiani. Due minacciati, Sabrina Pignedoli del Resto del Carlino, e Gabriele Franzini di Telereggio (preso di mira da Alfonso Diletto e Gianluigi Sarcone). E una terza, Isabella Trovato, sentita perché partecipante alla cena "dei sospetti"del marzo 2012. Ecco allora che le inchieste fatte dai giornalisti reggiani sono diventate materia incandescente per il processo contro la 'ndrangheta, secondo i racconti riportati ieri da Sabrina Pignedoli del Resto del Carlino, della quale 42 articoli sono stati acquisiti dal tribunale. La giornalista, come noto, fu minacciata da Domenico Mesiano, agente di Reggio, ex autista del vecchio questore e ufficio stampa della questura, che disse a Pignedoli: «Mi aveva detto che non dovevo più scrivere dei Muto» ha raccontato la giornalista, ripercorrendo a memoria la telefonata dopo la quale sporse denuncia alla Dda di Bologna perché avvertì una minaccia che, insieme ad altri reati, ha portato Mesiano a una condanna a 8 anni in abbreviato in Aemilia. L'attività giornalistica di Pignedoli culminò con la rivelazione nel maggio del 2012 della notizia che nel marzo dello stesso anno c'era stata la famosa cena dei "sospetti" scoperta dal collega Simone Russo e di altri casi di incendi. Da lì partirono richieste di interviste, una delle quali di Nicolino Sarcone, che si fece accompagnare dal giornalista Marco Gibertini, che disse a Pignedoli: «Sarcone è il capo della cosca di Reggio». (e.l.t.)