COME NON AVESSIMO CAPITO

di STEFANO SCANSANI Martedì gli imputati hanno chiesto alla corte di celebrare a porte chiuse il processo Aemilia. Perché lamentano distorsioni e colpevolismo da parte della Gazzetta, di Telereggio e del Tg3 regionale; presenze di scolaresche e associazioni che però svaniscono non appena inizia il controesame; propongono alla corte di esaminare le cronache e prendere provvedimenti. Ieri il giudice Caruso ha rigettato l'istanza, perché "inammissibile". Gli imputati di Aemilia nel loro documento avvertono che la Gazzetta sarebbe stata raggiunta da denunce e smentite. E lo fanno con perseveranza come non avessimo capito (ma neanche ricevuto). Agli imputati va riconosciuto il merito di avere innescato un confronto importante sul ruolo della stampa. La risposta del giudice Caruso è una lezione di democrazia quando si occupa del costante problema del conflitto fra il diritto di cronaca e il principio di presunzione di innocenza. Quando sottolinea la grande importanza mediatica di Aemilia. Quando in chiusura afferma "...pur in assenza di argomenti di particolare spessore perché ciò che si contesta nella sostanza è il fatto stesso che un'informazione sul processo sia data mentre delle denunciate distorsioni non viene offerto alcun concreto esempio".