7. ColleziOne Maramotti

Via Fratelli Cervi 66. Un paio di chilometri, forse meno, dal centro storico di Reggio Emilia. Suoniamo il campanello e il cancello di ferro lentamente si apre. Attraversiamo un viale acciottolato e ci troviamo di fronte ad un bel palazzo di mattoni e ferro: è l'ex stabilimento di Max Mara che dal 2007 ospita la Collezione Maramotti. Due piani, 43 sale, oltre 200 opere (le altre aspettano il loro turno nel caveau) che raccontano la storia di Achille Maramotti collezionista d'arte. La visita è guidata e gratuita, secondo il desiderio dello stesso Maramotti. Può capitare, è capitato, di essere gli unici ospiti: un'esperienza privilegiata che qui, ci dicono, è la normalità. Perché i gruppi non possono essere composti da più di 25 persone – anche questa è una scelta precisa – e se capita che un giovedì pomeriggio nebbioso a prenotare sia una sola persona, qual è il problema? L'imbarazzo si è già trasformato in gioia pura. Che è comunque un peccato non condividere. A quanto pare, ad apprezzare queste meraviglie sono più spesso turisti stranieri che italiani. I reggiani? Una rarità.di CHIARA CABASSA Nessuna insegna ingombrante. Sobrietà e rigore sono sempre state d'altra parte la cifra stilistica di Achille Maramotti. Quando negli anni '50 anticipò l'attuale idea di prêt-à-porter e quando, qualche anno dopo, iniziò ad acquistare opere direttamente dalle botteghe degli artisti. Ma non per puro interesse personale. Se l'idea di una collezione d'arte contemporanea aperta al pubblico arriva verso la fine degli anni '70, per essere concretizzata dai figli nel 2007 con l'inaugurazione della Collezione Maramotti, molto prima queste opere iniziano ad essere condivise. Con i dipendenti di Max Mara, innanzitutto, perché molte delle opere che oggi fanno parte della collezione permanente fino al Duemila furono esposte nei corridoi della fabbrica a sottolineare la vocazione ad un "collezionismo non domestico". Così come sottolinea la nostra guida, anzi il nostro accompagnatore, perché dopo avere illustrato la specificità della raccolta e inserito le opere in un imprescindibile contesto storico e artistico «la libertà dello sguardo e dell'interpretazione viene lasciata al singolo visitatore». LA RIQUALIFICAZIONE. A sorprendere, ancora prima di intraprendere il percorso espositivo, è il lavoro di riqualificazione fatto su un'area che fino al 2003 era industriale. Il palazzo che ospita la collezione è l'ex-stabilimento di Max Mara, costruito nel 1957 da due architetti reggiani, Antonio Pastorini ed Eugenio Salvarani, secondo un concetto di open space all'avanguardia. E quando l'edificio viene convertito in spazio museale, l'architetto inglese Andrew Hapgwood al quale viene affidato il progetto ne rispetta la struttura originale. Restano i pilastri in cemento a vista e sui pavimenti si possono notare le tracce di vecchi macchinari. Suggestiva la scelta di mantenere, al piano terra, lo stesso pavimento di ciottoli che contraddistingue il viale. E poi la luce naturale, che entra dalle ampie finestre ad esaltare le opere d'arte. STORYTELLING. Le opere dell'esposizione permanente si susseguono in 43 sale, distribuite sui due piani dell'edificio con un criterio basato, di volta in volta, sulla successione cronologica delle opere, sulla loro omogeneità all'interno delle varie tendenze artistiche e sulle specificità nazionali degli artisti. E di storytelling si può parlare perché il percorso della mostra ci racconta fondamentalmente l'evoluzione del gusto artistico di Achille Maramotti anche grazie allo stretto rapporto con l'amico e critico Mario Diacono e all'incontro con galleristi e collezionisti che hanno determinato l'attuale fisionomia della Collezione. IL VIAGGIO. Il primo piano ospita dipinti e sculture italiani ed europei dalla fine degli anni Quaranta alla fine degli anni Ottanta; il secondo opere americane ed europee dagli inizi degli anni Ottanta agli inizi degli anni Duemila. Si parte dai principali artisti concettuali che hanno rivoluzionato il modo di fare arte: Alberto Burri (uno dei primi amori del collezionista Maramotti), Lucio Fontana, Francis Bacon, Piero Manzoni, Pino Pascali. Numerose le opere del pittore di origini greche Jannis Kounellis e ancora i romani Mario Schifano, Sergio Lombardo e Cesare Tacchi. Dal pop romano all'Arte povera: qui troviamo quel gruppo di artisti che negli anni '60 faceva arte con materiali presi dalla natura e dalla tecnologia: due nomi fra tutti, Gilberto Zorio e Pier Paolo Calzolari. Numerose le opere dell'artista reggiano Claudio Parmiggiani legatissimo a Maramotti: emblematico il calco in gesso "La notte". E arriviamo agli anni Ottanta, quindi alla pittura e al figurativo. Ad essere rappresentate le correnti della Transavanguardia italiana (Sandro Chia, Mimmo Paladino, Francesco Clemente, Enzo Cucchi) ma anche futurismo, cubismo, surrealismo. E poi quella che per molti è l'icona dell'intera Collezione: la grande installazione di Claudio Parmiggiani, "Caspar David Friedrich": omaggio al pittore che ritraeva barche come metafora del viaggio di conoscenza verso se stessi. Saliamo al secondo piano e ci accolgono i quadri di grandi dimensioni che appartengono al Neo-Espressionismo americano, a cui sono accostati quadri della Transavanguardia. E poi artisti del calibro di Jean-Michel Basquiat, James Brown e Julian Schnabel, per arrivare alla New Geometry: ancora arte astratta e illusioni ottiche con i colori potenti di Peter Halley. Si prosegue negli anni '90 e la contestazione regna sovrana: incontriamo l'artista tedesca Rosemarie Trockel che crea con materiali legati al cliché femminile (fornelli, lana) per contestare il ruolo della donna nella società contemporanea. E ancora Christopher Wool, Annette Lemieux, Richmond Burton, Ross Bleckner, Matthew Ritchie che fanno riflettere su temi sociali e politici ancora attuali. COLLEZIONE O MUSEO? A fare la differenza è il concetto di una esposizione "in divenire". Sono i figli di Achille che, sulla stessa lunghezza d'onda del padre, continuano ad accrescere la collezione (un termine assolutamente più appropriato rispetto a museo). Al piano terra, attualmente, troviamo due mostre temporanee: "Geometria figurativa" organizzata da Bob Nickas e "How do I imagine being There?" di Claudia Losi. Fin dall'apertura, a fianco della raccolta della collezione permanente, si susseguono infatti mostre e progetti commissionati a giovani artisti nel segno di un mecenatismo mai assopito. Artisti che entrano successivamente a far parte della Collezione: una sala è per esempio dedicata alla giovane Margherita Manzelli a dimostrare come un progetto temporaneo può diventare permanente. E che l'evoluzione dei linguaggi artistici non deve essere persa di vista. LA PLATEA. Dopo Miuccia Prada solo alla Collezione Maramotti è stato assegnato il prestigioso American Art Award del Whitney Museum. Ma chiediamoci chi è il visitatore tipo di questo giustamente celebrato scrigno. Turisti stranieri, perlopiù, che arrivano qui assetati d'arte. Qualche gruppo organizzato proveniente da regioni italiane più o meno vicine. Mentre i reggiani, dopo essersi diligentemente messi in fila nei primi mesi dopo l'inaugurazione, si sono velocemente dileguati. Questa Collezione, è vero, non è strillata come altre. E il megafono non è tra i mezzi di comunicazione contemplati. Ma lo snobismo scimmiottato di chi evita accuratamente ciò che è a portata di mano, e facilmente raggiungibile, non è mai una buona scelta. E' casomai un'occasione perduta.