«Ormai si deve parlare di ndrangheta emiliana»

dalla prima Motivazioni contenute nelle 1.390 pagine della sentenza del processo Aemilia, conclusosi nella sua prima parte celebrata a Bologna con 58 condanne in abbreviato, 17 patteggiamenti, 12 assoluzioni e un proscioglimento per prescrizione. Restano pendenti altri 147 imputati nel rito ordinario che si sta svolgendo nell'aula speciale allestita nel tribunale di Reggio Emilia. La tranche di condanne emesse lo scorso aprile nell'udienza preliminare ha messo in evidenza i ruoli dei cosiddetti capi dell'organizzazione criminale, come Nicolino Sarcone, condannato a 15 anni, imprenditore edile calabrese residente a "Villa Mannaia", come ha chiamato la sua casa in centro a Bibbiano. O il brescellese d'adozione Alfonso Diletto (14 anni di carcere) e Antonio Gualtieri (12 anni), Francesco Lamanna (12 anni), Romolo Villirillo (12 anni), uomini di fiducia del boss cutrese Nicolino Grande Aracri. Le loro vicende e quelle degli altri condannati sono ora cristallizzate nelle centinaia di pagine delle sentenza stessa, divenute di dominio pubblico dopo mesi di gestazione, necessari per poter mettere insieme quello che, dopo una prima lettura, sembra più un manuale di antropologia dell'infiltrazione malavitosa in Emilia e nella sua provincia di maggior radicamento, Reggio Emilia. Non ci sono solo elenchi di reati ma vi è descritta la mappa degli affari consolidati basati su reati fiscali - fatture false per milioni di euro - quando va bene, passando per usura, estorsioni, lesioni, possesso di armi, droga e reati derivati a vario titoli sugli imputati. L'anello di collegamento centrale, secondo il Gup Zavaglia, è il contatto stabilito in chiave affaristica tra l'imprenditoria reggiana e la 'ndrangheta. C'è il giornalista reggiano Marco Gibertini, condannato a 9 anni, che non faceva formalmente parte del clan ma ha «certamente contribuito al rafforzamento e alla conservazione e alla realizzazione degli scopi dell'associazione mafiosa mettendo», scrive il giudice, «a disposizione del sodalizio - in particolare di Antonio Silipo, Nicolino e Gianluigi Sarcone - i suoi rapporti politici, imprenditoriali e del mondo della stampa a tutti i livelli. Gibertini era pienamente consapevole della modalità criminale utilizzata dai sodali». Era un procacciatore d'affari per la cosca, informato ed efficiente. L'aggravante che ricorre per gli esponenti di primo piano è quella mafiosa, messa in atto da chi aveva il «fine specifico di agevolare l'attività di un'associazione mafiosa». Su questo terreno si concretizzano le minacce, ricostruite durante le 22 udienze del giudizio abbreviato avvenute tra l'11 gennaio e il 22 aprile di quest'anno. Sopra a tutti resta il boss di Cutro, Nicolino Grande Aracri, «mano di gomma», al quale nel procedimento bolognese non viene contestata l'associazione. Un fatto inquietante perché conferma le tesi della stessa procura antimafia, secondo cui la "locale emiliana sia" è di fatto indipendente dalla casa madre cutrese. Per questo il boss è stato condannato a 6 anni e 8 mesi, meno rispetto agli «organizzatori», a lui sottoposti ma egemoni a Reggio Emilia e dintorni. Ben di più ha preso anche Giuseppe Giglio, «un imprenditore colluso», ancor prima, «forse, un imprenditore vittima, ma allo stato dell'indagine Aemilia è un imprenditore mafioso a completa disposizione del gruppo di 'Ndrangheta emiliano di cui conosce e condivide il programma e al cui servizio ha posto in via esclusiva la propria (spiccata) capacità imprenditoriale e le proprie strutture. Molto di più di un rapporto occasionale di un imprenditore che, venuto suo malgrado a contatto con la mafia, ne trae illecitamente un guadagno». Così Zavaglia fotografa il pentito dell'inchiesta Aemilia, al quale non ha concesso però l'attenuante speciale per i collaboratori di giustizia perché «non si è in grado di valutare la decisività dell'apporto dichiarativo reso, in itinere all'atto della presente decisione», scrive il gup. Enrico Lorenzo Tidona