«Salsi sapeva che quella era ndrangheta»

di Tiziano Soresina wREGGIO EMILIA «Per me Mirco Salsi era ben consapevole di essersi rivolto alla 'ndrangheta». Il giudizio, tranchant, è di Enrico Bini che ieri – nel processo Aemilia – per un'ora e mezzo ha risposto alle domande del pm antimafia Marco Mescolini e dell'avvocato Noris Bucchi (difensore dell'imprenditore) relativamente alla vicenda dell'ormai famosa maxi tangente (1.332.000 euro) che Salsi pagò a Maria Rosa Gelmi di Brescia e che si rivelò un bluff, da qui la "mossa" di recuperare quei soldi chiedendo aiuto all'amico Marco Gibertini che a sua volta lo mise in contatto con Antonio Silipo e Nicolino Sarcone (tutti e tre sono già stati condannati per mafia in udienza preliminare a Bologna). E Bini è un testimone molto ben informato, perché conobbe la Gelmi detta "Mizzi" («Le parlai per tre ore in treno, mi disse che stava gestendo degli appalti per il ministero di Giustizia e cercava dei contatti con degli imprenditori, ma non pensai che fosse una truffatrice») e soprattutto a lui si rivolse Salsi ai primi di luglio del 2013: «Salsi si era rivolto a quelle persone perché riteneva di avere la certezza di recuperare quei soldi – spiega il sindaco di Castelnovo Monti, da anni impegnato su legalità e lotta alla mafia – e gli stava bene così, finché non ebbe paura perché non lo mollavano: telefonate, visite sotto casa e in azienda. Salsi mi aveva deluso, non avrei mai immaginato una cosa così grave. Uno come lui non poteva non sapere chi fossero quei personaggi, bastava leggere i giornali». E sarà Bini a convincere l'imprenditore – allora alla guida della Reggiana Gourmet – ad andare a denunciare il tutto in questura, accompagnandolo dall'ispettore Felice Caiazzo. Impressionano le parole sempre di Bini sui protagonisti di questa vicenda. Relativamente ad Antonio Silipo dice che nei primi anni Duemila l'aveva incontrato in ufficio perché interessato ai lavori in corso per l'Alta Velocità, ma non se ne fece nulla perché non aveva i documenti in regola. La reazione minacciosa di Silipo: «Te la farò pagare!». Stessa frase inquietante da Nicolino Sarcone – come aveva saputo da Salsi – arrabbiato per le dichiarazioni che aveva rilasciato ai giornalisti il giorno della pesante condanna per Edilpiovra: la sentenza era stata appena emessa, Bini era in aula e nel gennaio 2013 era più che noto il suo impegno antimafia. Invece quando ieri il testimone ha parlato di Marco Gibertini ha fatto scattare una grassa risata dalle "gabbie", con i detenuti divertiti quando salta fuori che l'imprenditore diede al volto tv reggiano ben 250mila euro «per un amico in difficoltà». Un Gibertini molto presente nella vita di Salsi: per esempio organizza dei festeggiamenti quando vengono consegnati all'imprenditore 750mila euro in assegni facendogli credere che una parte del credito è recuperata (in realtà sono assegni rubati ad una persona con tanto di firme fasulle, come ieri in aula ha confermato il 46enne titolare di quel blocchetto e che si era accorto di quanto accaduto solo quando era stato convocato in caserma). E sul finire della testimonianza Bini rimarca d'aver rotto i rapporti con la "Mizzi" («Mi cercò 5 anni dopo, le dissi di cancellare il mio numero») ma anche con Salsi: «Mi disse una volta. "Ho sbagliato, pagherò per questo"». Per la prima volta in aula era presente anche il nuovo procuratore capo di Bologna, Giuseppe Amato. Coordinatore della Dda, Amato ha partecipato alla prima parte dell'udienza, sedendosi a fianco del pm Mescolini. Il numero uno della Dda – tiene anche i rapporti con la stampa – ha in mattinata incontrato il procuratore Giorgio Grandinetti .