«Villirillo tradisce, per Antonio Gualtieri è l’ora dell’ascesa»

«Attraverso il processo si arriverà alla verità. Ed è attraverso quest'aula che uscirà una nuova Reggio Emilia: quella dei prossimi anni, che avrà questo processo alle sue spalle, ma la città sarà cambiata. Qui stamattina sono consapevole di questo. Vedo finire la vecchia Reggio Emilia e vedo nascerne una nuova, soprattutto nella forza delle coscienze. Vedo studenti che entrano in quest'aula: questa è la nuova Reggio Emilia». Sono le parole della presidente dell'Istituto Alcide Cervi, Albertina Soliani, ieri mattina davanti all'aula bunker di Aemila. Assieme al presidente dell'Anpi di Reggio Emilia, Ermete Fiaccadori, ha voluto essere tra il pubblico del processo assieme a una delegazione di «antifascisti e cittadini che sentono, come Cervi e Anpi, l'urgenza democratica di una presenza forte della coscienza civile reggiana ed emiliana». Accanto a loro c'erano anche i ragazzi dell'Istituto Matilde di Canossa. Piano piano, attraverso queste iniziative, il primo grande processo di 'ndrangheta in terra emiliana diventa occasione di conoscenza.di Elisa Pederzoli wREGGIO EMILIA Se fino alla metà del 2011 Romolo Villirillo era il braccio destro in Emilia del boss Nicolino Grande Aracri, il suo arresto a Cutro nel luglio di cinque anni fa e la scoperta di affari tenuti nascosti – ma soprattutto di somme occultate al clan – in seguito diventano l'occasione per l'ascesa di un'altra figura ritenuta di spicco all'interno dell'organizzazione: Antonio Gualtieri, già imprenditore ben inserito nella società reggiana e condannato nelle scorse settimane in abbreviato a 12 anni di reclusione. Ieri, durante una nuova udienza fiume del processo Aemilia, è proseguita sino alle 16 l'audizione del luogotenente Camillo Calì, del Nucleo investigativo dei carabinieri di Piacenza. Sulla base di intercettazioni, telefoniche e ambientali, pedinamenti e riscontri, ha descritto uno dei momenti più significativi, e critici, dell'organizzazione emiliana. Calì lo definisce un «momento storico», quello in cui Nicolino Grande Aracri scopre che Villirillo è in possesso di assegni. Periodo che coincide anche con l'arresto in flagranza, per estorsione nei confronti del commissario della banca di Cutro che non voleva cambiare un assegno al cognato, e al ri-arresto su ordinanza del giudice pochi mesi dopo. «Nicolino Grande Aracri è uno che si fida di tutti, è un capo che dà possibilità a tutti di lavorare» dice Calì in aula. La questione Villirillo diventa cruciale, spiega l'investigatore. Perché Grande Aracri aveva bisogno di un incensurato, che non desse nell'occhio. Uno pulito. E quando, invece, finisce in cella, tutto ciò viene meno. «Dovete cercare gente vicino alla luce» sono le parole di Antonio Gualtieri al boss, riferite in aula. Diventa l'ascesa per Gualtieri, che in qualche modo viene anche investito di un ruolo di "investigatore" al nord sulla faccenda Villirillo. Mentre quest'ultimo e alcuni dei suoi familiari, nel clima teso che si crea, subiscono almeno quattro incendi dolosi. Il chiarimento arriva quando Villirillo esce di prigione, nel settembre del 2012. Le intercettazioni ambientali, nella tavernetta della casa di Cutro del boss, sono chiare. Grande Aracri gli dice: «Tu per noi non lavori più, a me non mi imbroglia nessuno». Con Villirillo che replica implorando per avere un'altra possibilità. Il luogotenente Calì evidenzia anche un altro aspetto cruciale, che ha a che fare con la teoria stessa su cui si posa l'inchiesta Aemilia: l'autonomia della cosca emiliana. «Nicolino Grande Aracri di solito si interessa solo dei fatti di giù, non dei soldi del nord. Ma non era mai successo un fatto del genere. Per questo si interessa». In aula si parla anche dei rapporti con la Germania. Il riferimento è alla partecipazione a un matrimonio ad Augsburg. Ci sono Nicolino Sarcone e Pasquale Brescia – che nelle telefonate viene chiamato "Stranamore" – Deve andare anche Romolo Villirillo, ma è il giorno prima di un "affare" che deve risolvere. Quello che poi culminerà, però, con il suo arresto in flagranza. Questo viaggio in terra tedesca è "attenzionato" – come si dice in gergo – dai carabinieri di Piacenza in collaborazione con la polizia tedesca, per i rapporti con il padre dello sposo: un cutrese che per un periodo ha vissuto anche a Bagnolo in Piano ma che non è imputato nell'inchiesta. Calì parla anche di Alfonso Paolini, come del "guardiano" del cantiere in terra parmense. Senza armi, però. Perché, secondo l'investigatore, il deterrente è il fatto, notorio, del suo collegamento con l'organizzazione. Si torna in aula l'8 giugno.