’Ndrangheta alla sbarra ma il Popolo non si vede

dalla prima Un caso? Assoluta normalità per un processo a tratti troppo tecnico dove peraltro manca (vivaddio) l'effetto amplificatore del sangue? Oppure il segno di un distacco sempre maggiore tra una città e i suoi guai? Difficile dare una risposta secca. Le prime udienze hanno visto tra il pubblico soltanto i familiari - e nemmeno tutti - degli imputati detenuti che periodicamente colgono l'occasione del processo per vedere in faccia i propri congiunti, accertarsi, anche solo con un'occhiata, delle loro condizioni "lontano da casa". Poi ci sono le scuole: finora due le classi di istituti superiori reggiani che hanno seguito le udienze dall'aula al primo piano del Palazzo di Giustizia, collegati in video con l'aula speciale. Altre scolaresche si sono prenotate per le udienze prossime. Per il resto, la città, sembra non essere interessata a seguire in diretta le puntate di questo processo. Chi si aspettava, ad esempio, un presidio permanente delle associazioni antimafia ha dovuto accontentarsi della apparizione alla udienza per la costituzione delle parti. E persino le opposizioni - dal Movimento 5 Stelle ai civici - sembrano aver abbandonato (temporaneamente?) la trincea dell'aula bunker preferendo quella di una battaglia quotidiana in consiglio comunale. Sempre su temi contigui a quelli del processo, ma che nel processo - per ora almeno - non sono entrati. «I motivi possono essere diversi - dice l'avvocato Domenico Noris Bucchi, presidente dei penalisti reggiani - anche se principalmente ne saltano agli occhi soprattutto un paio. Il primo è legato al fatto che in questo processo, che pure affronta temi di una gravità assoluta, manca il fatto di sangue. Nei processi in cui il pubblico è presente in maniera massiccia, a portarlo in aula ad assistere è quasi sempre l'elemento emotivo di un delitto o comunque di un fatto di sangue, con una vittima per la quale inevitabilmente si finisce per parteggiare». A Reggio Emilia di processi di quel genere, con il pathos che sedeva tra i banchi se ne ricordano pochi: quello per l'omicidio della giovane Jessica e quello che vedeva alla sbarra la donna accusata di aver ucciso l'ex marito con l'aiuto del nuovo compagno. Sangue e sesso, insomma. Elementi che qui mancano del tutto. Invero, anche qui ci sarebbe da parteggiare, dalla parte della legalità. E invece... E invece, almeno a giudicare dai commenti sui social che riportiamo qui sotto, a Reggio si è finora scelta un'altra strada. Quella del distacco, o peggio della rimozione. E' vero, verissimo: "a Reggio la gente lavora" e non ha tempo per assistere ai processi. Niente umarell da processo, quindi, e che la giustizia faccia il suo corso, come un cantiere aperto ma senza nessuno che controlla. Perché? Tra le righe dei commenti si legge qualcosa che assomiglia molto a una presa di distanza silente, tra "quella gente lì" e i reggiani che pure con "quella gente lì" hanno convissuto gomito a gomito fino a quando "quella gente lì" non è finita in cella. Fin qui Aemilia alle sue prime battute. Ma il vento potrebbe cambiare, la politica potrebbe tornare, rumorosa, sugli spalti del processo. Quando magari ai meticolosi investigatori succederanno, al banco dei testimoni, quei big della politica e dello star system (pensiamo soltanto ai calciatori della Juve chiamati dalla difesa di Iaquinta). A quel punto, il problema sarà semmai quello di tener separate la polemica politica dalla verità giudiziaria. L'altro aspetto - più tecnico - è quello legato alla natura di questo e di altri maxi-processi. «In questi casi - sottolinea l'avvocato Bucchi - capita di assistere a tanti micro-processi». E quello più atteso è certamente quello che potrà svelare i rapporti tra la cosca e agli ambienti reggiani, compreso quello politico. Massimo Sesena massimosesena ©RIPRODUZIONE RISERVATA