«Impossibile, quando ero a Cutro lui era già in carcere da tempo»

REGGIO EMILIA «A Cutro sono rimasto solo 24 ore, e ho svolto solo incontri istituzionali con il sindaco. In piazza ovviamente avrò stretto centinaia di mani, potevano essere di chiunque». E poi: «Nicolino Grande Aracri so benissimo chi è, conosco la sua storia criminale, ma non so che faccia abbia visto che non lo conosco. Non posso avergli stretto la mano durante il viaggio a Cutro, come dice Gibertini, visto che il boss era in carcere: l'intercettazione mi sembra un po' telefonata». Si dice «assolutamente tranquillo» il ministro, Graziano Delrio, che interviene proprio sulle colonne dell'Espresso, in relazione all'intercettazione emersa tra gli atti del processo Aemilia, nella quale Marco Gibertini e Domenico Curcio sostengono che l'ex sindaco abbia stretto la mano al boss cutrese, Nicolino Grande Aracri. Per il ministro, si tratta dell'ennesimo tentativo di dossieraggio ai suoi danni, dopo quanto emerso nell'inchiesta Petrolio. «Avevo avuto sentore di possibili dossieraggi contro di me già a fine 2014 e inizio 2015, quando il mio nome era finito nella lista dei papabili alla presidenza della Repubblica – aggiunge l'ex sindaco – Non ho nulla da nascondere, anche se ci fosse una foto o una stretta di mano non avrei nessuna difficoltà a spiegarne le circostanze perché ho la coscienza a posto». Nelle carte di Aemilia non risultano depositate foto compromettenti di Delrio: «Quello della ‘ndrangheta è uno degli argomenti più ridicoli che possono tirare fuori per danneggiarmi: a Reggio durante il mio mandato nessun appalto è stato assegnato a mafiosi, nessuna inchiesta ha sfiorato la mia amministrazione; è stata la nostra classe politica a volere la Dia a Bologna, ho sostenuto insieme al prefetto le prime interdittive antimafa; siamo stati noi a cercare di valorizzare i calabresi onesti che da lustri vivono a Reggio». (e.spa.)