Il pentito inguaia Pagliani

REGGIO EMILIA. La bomba deflagra nel pomeriggio, preceduta da quella breve frase pronunciata dal Pm Marco Mescolini a chiusura della prima udienza del processo Aemilia: «Ho depositato oggi atti che sono a disposizione delle parti» e giù numeri e date che sembrano non dire nulla. E invece no, sono i primi verbali di Giuseppe Giglio, Pino il pentito. Che deflagrano a udienza già chiusa. Parla dei capi della cosca nel Reggiano, di Pagliani, di Bianchini e della sua esigenza di «oliare per prendere i lavori». Parla della struttura, Giglio; dei capi, dell'autonomia del gruppo di 'ndrangheta nel mirino della DDA di Bologna e dei suoi rapporti con il boss di Cutro Nicolino Grande Aracri. C'è questo, nei verbali di Giglio, individuato dalle indagini della Dda di Bologna come un elemento di spicco dell'organizzazione. Giglio spiega ai Pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi chi sono gli affiliati alla 'ndrangheta del gruppo emiliano: fa i nomi di Nicolino Sarcone, Alfonso Diletto, Francesco Lamanna, Antonio Gualtieri, Gaetano Blasco e Antonio Valerio. Alla domanda su chi glielo ha detto, Giglio risponde indicando Blasco, uno dei due dell'intercettazione con le risate sul sisma del 2012. «Quelli che erano affiliati - dice Giglio - li chiamava fratelli, questo mio fratello, quello è mio fratello, quell'altro è mio fratello». E chi chiamava fratello? «Lamanna era un fratello, il Diletto era un fratello, il Sarcone era un fratello, il Gualtieri». "Fratelli", tutti imputati nel processo con ruoli di vertice, che gestivano le operazioni al nord, con una propria autonomia, conferma Giglio. Ma che mantenevano anche un rapporto con Grande Aracri. «I soldi a Nicolino arrivano ma al di fuori da quel recupero o non quel recupero, cioé tutti i mesi o ogni volta che ce n'è bisogno per gli avvocati e per quant'altro, arrivano i soldi giù. Questo glielo posso dire con certezza perché ne abbiamo discusso sia con Sarcone, sia con Diletto». Soldi portati in Calabria in contanti, tramite corrieri. E il ruolo di Giglio, che dice di non essere un affiliato, qual era? «Anche se io non sono una persona, diciamo, che sono stata battezzata, come devo dire, però per loro ero un punto grosso di riferimento», soprattutto «nel circuito di fatture, nelle mie conoscenze dei lavori». Dichiarazioni che sembrano sostanzialmente confermare l'ipotesi accusatoria alla base del processo iniziato oggi per 147 imputati, mentre per un'ottantina di persone ad aprile ci saranno le sentenze del rito abbreviato e dei patteggiamenti. E poi il caso Pagliani. Diletto disse a Giglio: «Guarda, non è solo per l'interdittiva che ci hanno dato, ma abbiamo la possibilità perché abbiamo fatto un patto con il politico Pagliani che ci darà del lavoro. In cambio noi gli dobbiamo trovare dei voti» e finanziamenti. «Questo - spiega Giglio - era tutto, l'accordo e il patto politico, diciamo, che c'è stato». «E come è andato poi questo patto? È andato avanti, che lei sappia?», domanda il Pm. Giglio dice di no, spiegando che «non è andato avanti solo perché poi cioè... per tutte le notizie, cioè per il polverone che si era alzato, diciamo, sia di giornalismo e sia per il resto, giustamente, non è andato avanti». Sempre parlando della cena agli Antichi Sapori, Giglio spiega di non esserci andato. Ma ricorda che ci fu «un patto diciamo politico, da una parte promessi voti e finanziamenti, dall'altra promesse diciamo di lavori in regione, provincia e comune» oltre ad «un quieto vivere diciamo per il prefetto, perché il prefetto aveva alzato un po' un polverone» con le interdittive antimafia. E così nel 2012 «è venuto da me Diletto dicendo che era fissata una riunione» con un politico di cui «non sapevo neanche il nome», dicendo «che ci avrebbe dato una mano perché c'erano state le interdittive». Una mano «a frenare il prefetto», completa più avanti. Per Pagliani, la Procura ha chiesto 12 anni per concorso esterno. In serata arriva la replica del suo avvocato Alessandro Sivelli: «Sono esterrefatto. Non conosco il contenuto di quel verbale, ancora una volta si è deciso di celebrare il processo sulla stampa anziché nelle aule del Tribunale. Vergogna: si vuole ottenere una condanna mediatica senza attendere la sentenza. Inoltre, le dichiarazioni rese dal collaboratore sul presunto patto sono palesemente inattendibili e sconfessate dalle dichiarazioni di testimoni presenti a quell'incontro ed a quella cena, dichiarazioni che fanno parte del processo. E non risulta da alcun atto e da alcuna intercettazione che l'avvocato Pagliani abbia mai incontrato quel collaboratore». Giglio, per l'accusa, passa «dall'assoggettamento ad una consapevole e volontaria cointeressenza ai fini di espansione economica dei clan di riferimento». ©RIPRODUZIONE RISERVATA